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L'Area di Broca
Indice n.68-69
 

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"L'area di Broca", XXV-XXVI, 68-69, 1998-99

SCRITTURA

 

Gabriella Maleti

Lo scrittore

Lo scrittore s'appoggiò alla sua stilografica e tentò di iniziare quel foglio bianco ma sentì che non sarebbe riuscito a cavare il classico ragno dal buco. Il ragno si nascondeva sempre più in fondo e il buco era come una galleria. La casa del ragno. La casa dello scrittore. L'uomo pensò il ragno in un deserto: lì sarebbe stato semplice agguantarlo, metterlo su un foglio e ordinargli di scrivere. Sarebbe stato un ragno scrittore, un temibile concorrente: lo scrittore immaginò una stilografica in ogni zampa del ragno. Balle. Lo scrittore avrebbe potuto scrivere dei ragni della propria infanzia, o della frigidità di una sua parente o, al contrario, della estrosa passionalità di qualcun altro, senza peraltro contrapporre la frigidità alla passionalità, ma era stanco di tornare all'infanzia e alle sue ragnatele. Eppure qualcosa doveva scrivere. Lo scrittore era un servitore della parola e la parola lo stratega e lui, nonostante si ingegnasse di comporre parola dopo parola, non era che un suo dipendente. Questa lo dominava incessantemente, non v'era attimo di riposo, ogni cosa era scrittura, ogni pensiero doveva tradursi in scrittura, il suo apprendimento era eterno. Transfuga, individuo non finito, sperduto, in fondo, anche alla propria scrittura, lo scrittore era sperduto al mondo. Allievo della parola ne diveniva poi maestro, ma per quel breve tempo che la parola gli concedeva, poiché ecco la scrittura già cambiava, si evolveva o si rintanava, impartiva nuove lezioni. Lo scrittore ridiveniva allievo e la costruzione era allora infinita. "Io ho lasciato", diceva lo scrittore, "che la mia mano scrivesse nel buio, che la mia natura seguisse la natura tutta improvvisazione dello scrittore, vita sì, ma per ampiezza, non osservante alcuna religione sociale, tanto che, seguìta la scrittura, io sono entrato nel suo pozzo, profondamente. Dopo tre righe non ero più improvvisazione ma scrittura. Dopo tre righe non ero più uccel di bosco. Navigo più o meno consapevolmente. Sono uno chef burrascoso. La besciamella di una descrizione mi si attacca al tegame, lo spaghetto di una bufera è scotto, ciò che sforno è manchevole di qualcosa, la realtà è sempre superiore, il fegato è gravido e nulla solleva più polvere di un grido". Detto questo, lo scrittore stramazzava su flanelle, contando le matite possedute, mettendo in bell'ordine le due stilografiche, una delle quali, spesso, inondava di inchiostro le lettere dell'alfabeto.
   Lo scrittore scriveva. Pensava: "Non scelgo cosa essere definitivamente, farò quanto vuole la scrittura e il rodìo che essa contiene, mi farò zoppo, bleso, sprovveduto, mi farò curvo, immangiabile, renitente. Mi farò significato duplice, triplice, sarò la coscienza d'ogni più piccola cosa viva, la colpa d'ogni più piccola colpa fino allo scarto triangolare di chissà quale colpa, aspetterò quanto deve venire, l'attesa è possibile, perché inoltrarmi lungo un corridoio di continuità volute, obbligate? Perché non aspettare, invece, quello che potrebbe avvenire ma che non avverrà mai? Scrivere vita e vita e il suo lungo nastro patologico e l'innumerevole mia patologia per liberarmene poi come di un feretro, di qualcosa che, proprio perché conosciuto e scritto - lavorato -, è in mio possesso. È la mia passione. Lo scrittore pensava: "Dedicare ore alla passione, per consumarla e poi ripeterla. Pensare a cosa scrivere e poi scrivere e poi ripensare a quanto si è scritto e riscrivere la passione". Fogli di un'unica passione, passione allungata quanto breve, vita di passione, descrizione di quanto si muove, accade, descrizione più che perfetta ma imperfetta, insicura, inattendibile, sfuggita al tempo della sua stessa vita, brevemente intravista, eppure: i fatti sono quelli, il tempo è quello, ma limitati occhi, cerchi neri, inabili alle spiegazioni. Il tempo ha sconfinato nello stesso istante in cui gli occhi vedevano quanto credevano di vedere, e vi è stata, certo, la sgangherata parentela con la parte manichea del vedere: in realtà si è visto una parte di quanto era dato vedere, e su quella parte si è accanita la sua stessa riproduzione, su quella parte noi abbiamo costruito la cosiddetta opera, esaltandola o denigrandola, operando poi la cancellazione del suo negativo, addirittura, quanto cioè non abbiamo potuto vedere perché piccoli, inadeguati e ciechi, limitatamente scrittori. Non vi sarà descrizione esaustiva, non vi sarà libro completo, né attendibile. Non vi saranno risposte poiché i personaggi descritti non avranno fatto in tempo a dare l'ultima risposta, quella che essi stessi cercavano e che non sarebbe mai venuta". Lo scrittore pensava: "Il personaggio del libro non è che il libro nel libro e io non sono che la copia del personaggio, una catena di libri per uno stesso libro, dove perdurano la passione e la fatica di riscrivere la stessa costola dello stesso personaggio. Allora il padre, pur essendo uno, se era un temibile operaio diventa un temibile operaio, se era un temibile imbalsamatore diventa un temibile imbalsamatore, e così un temibile cacciatore, un temibile contadino, uccellatore, e via, e la madre una sottile sogliola surgelata nel pacchetto che abbiamo creato per lei, deponendola in un'urna congelata di patimenti. Non penseremo mai di invertire le parti. Ciò che abbiamo visto e creduto di vedere ha cancellato nel preciso momento che accadeva la possibilità di vedere anche altro. Ed ecco dire bene del bene e male del male, per una memoria che ripropone l'espresso desiderio dell'infanzia, anche se non sappiamo che desiderî abbia l'infanzia, come debba essere vissuta, e crediamo debba essere vissuta con le regole dell'infanzia e un'infanzia senza regole - crediamo - credo", pensava lo scrittore, "non sia infanzia, e io - pensava lo scrittore - ho vissuto un'infanzia senza regole. Chi ha vissuto un'infanzia destrutturata ha creduto non fosse infanzia, l'ha condannata ad una eterna infanzia di eterni rammarichi, noi che abbiamo vissuto un'infanzia destrutturata l'abbiamo rifiutata, rifiutando di noi quanto un'infanzia destrutturata ha creato. Abbiamo rifiutato noi e i cacciatori e le sogliole nelle urne, ci siamo spaventati fuggendo da noi e da loro, mantenendo la certezza meccanica del bene e del male, li abbiamo poi descritti nei libri, ripetutamente, all'ombra ferma di quanto avevamo deciso anni addietro nell'infanzia destrutturata, poiché così avevamo visto, perché non avevamo visto altro, ché la descrizione non è che la somma di una descrizione. Non è che la regola inesatta di una regola inesatta. È - spesso - la falsa operazione dei nostri occhi infantili, e spesso l'impressione decide della descrizione. Le descrizioni non sono che un limite alla descrizione. Dovremmo scrivere trattati per definire la natura di un personaggio, interi capitoli per una descrizione, ma l'impressione ci nega la descrizione. Descrivere è come scrivere gli urli raccapriccianti dei gatti in amore. Sono in amore ma i loro urli sono destrutturanti. L'impressione è quella dell'urlo, non dell'amore. Se dovessi scrivere di gatti in amore - pensava lo scrittore - scriverei degli urli e non dell'amore".

   "Gli urli raccapriccianti dei gatti", aveva detto lo scrittore alla donna seduta accanto a lui, "sono come delle spiegazioni: si intende amore e salta fuori l'oscurità dell'amore. Sono tentativi di spiegazione che non riescono. L'amore resta, e la sua spiegazione lo distrugge. Come è impossibile spiegare esattamente l'urlo sgraziato di un gatto in amore, così è impossibile spiegare esattamente cosa rappresenta quell'urlo. Nella mia vita - aveva detto lo scrittore - i gatti occupano negativamente, per via di quegli urli, una parte importante: di riflesso rappresentano la parte tenebrosa dell'unione tra un uomo e una donna. Quando il gatto maschio assale la femmina e la femmina indietreggia con quel verso sinistro ecco che sono preso da un'angoscia terribile, devo turarmi le orecchie o fuggire per non soccombere. Probabilmente questo è una parte delle impressioni negative di un'infanzia senza regole. Ho dormito quasi sempre - aveva detto lo scrittore - innaturalmente, senza regole, nella stanza con i genitori e quella promiscuità unita alla loro disunione, ai loro accoppiamenti disuniti mi ha danneggiato. Non ho dormito in un silenzio naturale. Ho dormito in un silenzio promiscuo, dove le giornate disunite si riflettevano negli accoppiamenti disuniti. Questi erano la coda della violenza nei giorni, sono la coda dei gatti violenti in amore, la coda della gatta che sbatte contro tutto prima di immobilizzarsi senza scampo contro a un muro, la coda della femmina che sbatte contro il letto. La gatta urla aprendo le fauci con gnaolìo lugubre, lungo, che deborda e cambia toni, tanto da passare, la gatta, per un neonato raccapricciante, chiudendosi sensitiva negli odori, o così almeno pare. Allora - disse lo scrittore alla donna - sono pervaso da un opprimente senso di morte che mi destruttura. Devo scappare. Potrei restare, ma dovrei uccidere quei gatti. Due colpi d'arma da fuoco ben mirati. Farli fuori. Potrei prendere bene la mira alla testa enorme del maschio, una testa in genere enorme, ripeto, sporca, e bucarlo proprio in fronte, tra gli occhi, tirare un colpo lì, lì nel mezzo tirare. Il padre sarebbe finalmente morto. Questo, vedi - disse lo scrittore - è il frutto di un'infanzia piena di impressioni che parevano corrispondere alla realtà, e quella era la realtà, ma sovraccarica di impressioni. Sentire gli accoppiamenti dei genitori potrebbe anche essere un buon auspicio, un fatto liberante e fantasioso, vivere l'infanzia senza regole sentendo i genitori accoppiarsi potrebbe essere un buon inizio. Perché negare che un'infanzia senza regole potrebbe essere una buona infanzia? Dipende dall'infanzia. Scene", aveva continuato lo scrittore passandosi una mano sul viso, "come quella vista proprio di fronte alla mia casa, dalle mie finestre sono di un orrore indescrivibile. Scene come quella portano enfaticamente al nucleo magmatico del disorientamento iniziale, portano a un passato incivile. Il passato incivile di un'infanzia apparentemente civile. Non vi è stato alcuno, allora, che mi abbia alleggerito l'impressione incivile di quel presente, anche se l'impressione superava certo la realtà. La realtà era - in certe circostanze - un abito nero e l'impressione il suo cappuccio. Terrorizzato dal cappuccio, non potevo osservare di che foggia fosse l'abito e se fosse un abito quasi naturale per le circostanze di quegli anni. Una riappacificazione con l'abito, questo mi è mancato", aveva detto lo scrittore alla donna. "Non vi è stato alcuno che abbia tolto il cappuccio nero dall'abito nero, e la mancanza di regole nella mia infanzia ha impedito che, anche in virtù di quell'abito, io abbia - proprio perché fuori dalle regole - potuto approfittare dell'infanzia per rafforzarmi da un lato, e dall'altro distruggermi. Scene, quindi, come quella vista dalle finestre della mia casa sono i potentissimi strumenti di una subitanea morte che mi riportano al cappuccio sull'abito nero, anche se la scena in sé - aveva detto lo scrittore - non aveva una estrema potenza. Ma, naturalmente, tutto dipende dall'infanzia dell'individuo che vede una simile scena. Questa è stata di una banalità assoluta, banalità fatta visione, tanto il linguaggio formale è ripetuto e abusato. Questa è la scena madre per capire l'uso ripetuto di quanto è ripetuto e abusato. In genere, si abusa di tutto. Possiamo dire questo osservando quanto ci circonda. La ripetizione è l'arma dell'abuso, pochi lo vedono, così parlano dell'impossibilità della non ripetizione. Quello che ho visto dalle finestre della mia casa è l'abuso per eccellenza, ma si parlerà di ripetizione. Sono certo - aveva detto lo scrittore alla donna - che l'uomo della scena parlerà di bisogno di ripetizione, e la donna parlerà di abuso di ripetizione, anche se non sarà mai certo di poter parlare esattamente di bisogno, di ripetizione o d'abuso". La donna aveva chiesto allo scrittore quale fosse stata questa scena e lo scrittore aveva detto che attorno alle quattro del pomeriggio di un sabato d'estate udì provenire da una finestra semiaperta del caseggiato di fronte - la via è stretta e volendo, si poteva sentire e vedere quanto succedeva in ognuna di quelle case - gemiti e invocazioni. Sia i gemiti che le invocazioni erano di natura ambigua, anche se tendevano ad un qualche accoppiamento. "Nonostante ciò, - aveva detto lo scrittore - pensai a qualche malore, ma venni subito smentito: mentre con una leggera angoscia mi avvicinavo alla mia finestra, una voce popolana maschile, di là, roca di fumo e catarro, disse forte, come a un somaro: 'Aha! così vai bene', e all'inizio di un mio malessere, guardando, potei vedere il muratore e il suo addome nudo". Lo scrittore disse che poté vedere l'addome del muratore che si muoveva, si muoveva certamente dentro alla moglie: quella donna grigia, vestita di nero e con le guance da vecchio setter. Il grosso stomaco dell'uomo che s'univa alla sua immensa pancia si spingeva all'impiedi con colpi violenti nel corpo invisibile - da lì - della moglie, che naturalmente doveva essere piegata in lamenti sulla sponda del letto. La matura coppia, a persiane semiaperte, stava consumando nel bel mezzo di un pomeriggio estivo una ripetizone abusata, o così pareva dall'atteggiamento della donna che diceva di fastidi, di male, che manifestava dinieghi su dinieghi. Supplice. "La voce della moglie", aveva detto lo scrittore alla donna, "rispecchiava esattamente la sua figura eternamente dolente, quelle guance da vecchio setter che si potevano osservare quando passava lungo la via. Nondimeno, il muratore lavorava ignorando la donna dolente e le sue proteste, paonazzo, con quella sua chioma giallastra a mazzetti sulla fronte. Guardava basso accompagnandosi con grugniti, violento, tanto che la donna setter ora lanciò un urlo. Si udì un urlo.
   "Scappai da lì", disse lo scrittore, "mentre la donna continuava in invocazioni d'aiuto, scappai coprendomi le orecchie, sentendo che un dolore lontanissimo mi raggiungeva. Vomitai".

   Lo scrittore, ancora sul foglio bianco, pensava al ragno che con otto stilografiche, ognuna in una zampa, avrebbe potuto scrivere otto libri contemporaneamente. Un ragno adulto. Poi aprì un libro, lesse: abbandonata l'idea di scrivere l'opera; e più avanti: pensiero intelligibile; e ancora: imitazione e ritorno all'infanzia dimenticata; e infine: infanzia che procede nella non infanzia. Lo scrittore iniziò allora a scrivere: "Sono un ragno con una misera sola zampa". Dopo una lunga pausa, continuò: "Non voglio tornare all'infanzia, benché questa si manifesti tutt'ora. Non ho capito nulla di questa infanzia, nulla del suo potere. Sono in qualche modo colpevole? Lo scrittore lesse quanto aveva scritto ma lo trovò in più parti oscuro e decise di chiarirlo, scrisse: "È sano tornare all'infanzia? La parte eterna e in taluni casi nociva dell'infanzia viaggia unita all'individuo; in ogni caso non ho capito se l'infanzia è stata la rappresentazione in anteprima della maturità o se l'incapacità - non sempre nostra - di vivere l'infanzia abbia portato alla sua sopravvalutazione. Non so se sono colpevole". Lo scrittore decise che anche questo inizio aveva passi oscuri e lo riscrisse: "Il tempo è passato e non è passato, meglio sarebbe farlo passare senza alcuna angoscia, ma, figuriamoci, con tutta quella memoria che possediamo, a cominciare da quella del cervello rettiliano. 'Coc-chi-nooo!', così mi chiamavano, 'dove sei, a scrivere sei? Coc-cooo! Che farai da grande?'. Quale colpa - scrisse lo scrittore - potevo avere? Che genere di colpa?".
   L'uomo rilesse un po' sorridendo quanto aveva scritto ma qualcosa non funzionava. Allora ricominciò da capo. Scrisse: "Appena mi viene l'idea di scrivere l'opera, questa mi sfugge. Ci vorrebbe l'autorità dell'opera. Il figlio, a volte, starnuta come nell'infanzia; l'infanzia starnuta come il figlio: imitandosi si ritorna all'impossibilità dell'opera ". Lo scrittore, alla rilettura di quanto aveva scritto, scosse desolato la testa. Era senza gambe né coda. Ritornò a scrivere: "La colpa di un imprecisato desiderio di fuga, la colpa delle mie gambe all'interno della fuga, la colpa di stare senza maturità all'interno dell'Opera prima, quella famigliare, quella grandiosa opera che mi voleva sacello e opera consolatoria dei capostipiti dell'Opera prima, dell'Opera grandiosa, era la colpa, in fondo, di vivere un'altra storia all'interno della storia, dove l'altra storia vedeva drammi oltre i drammi, diveniva più reale del reale, e la storia, storia della storia. La colpa è questa: aver vissuto, raccontato, scritto, aver creduto ad una storia che per mezzo della storia ma, ancor più, per mezzo delle impressioni di questa storia, è divenuta più storia della storia". Lo scrittore si perse in quanto aveva scritto. La storia finiva per essere due storie. Lo scrittore racconta la sua storia, la madre dello scrittore racconterebbe una sua storia della storia, e il padre dello scrittore un'altra storia nella storia. Così la storia finisce per essere tre storie.
   Lo scrittore rilesse le cinque versioni di quanto aveva scritto e, al centro del foglio, scrisse: Epilogo. Sotto, cominciò: "Vorrei essere un ragno a otto zampe, con una stilografica Parker in ogni zampa. Ogni giorno una zampa scrive in un continuo esercizio, per una scrittura eterna, per la passione della scrittura, per la nostra passione. Anche se la comprensione resterà passione e basta, perché nella certezza di una supposta comprensione perderemmo la passione. Resterebbe la comprensione - la si raggiungesse - fredda, analitica. Se amiamo la passione, della comprensione pura non sappiamo che farne. Talora si sente dire che la scrittura ha caratteri femminili, talora maschili, talora è un eunuco, ma più spesso è scrittura e basta. Ed è all'interno di quest'ultima che vi è la consapevolezza della pura passione, l'amore fraterno per le 'a', per le 'u', per le 'b', per le 'e', ecc., ed è nell'amorevole procedere attraverso queste lettere che si capisce il procedere della scrittura e della passione per essa. Ad una donna incontrata ho parlato della mia infanzia e della scrittura - scrisse lo scrittore - e pur continuando a distinguere la scrittura da quella donna, ho unito la scrittura a lei, la passione per quella donna ha invaso la scrittura e viceversa. Così ho scritto, e non ho mai cercato di capire cosa fosse la passione per quella donna, dal momento che lei mi faceva dei ghirigori a matita sul viso e io, d'altro canto, le ripetevo tutte le lettere dell'alfabeto. Tutto nella donna era il culmine della passione per la scrittura, ed allo stesso modo, tutto nella sua scrittura era il culmine della sua passione. Ho pensato che il suo profilo fosse il profilo della scrittura, e prima del profilo della scrittura vi era il profilo intermedio della gestione della scrittura, e quindi del suo dolore per la passione della scrittura, anche se non so bene dove si possa sistemare l'epistemologia del dolore della scrittura, poiché la passione della scrittura per la scrittura include certamente anche il nostro dolore e il suo. Sì può dire, allora, che la scrittura è dolorante. Si può dire che noi siamo doloranti per la scrittura. "Esistere come scrittura - scrisse lo scrittore - mutando la realtà in una sua lontana estetica, continuamente, come la realtà muta nel suo stesso istante, esercitare una polimorfia continua fino ad essere più innocenti, perché così vuole la passione per la scrittura. Soggiacere alla passione. Che non sia la paura della perduta innocenza a farmi rifiutare ogni passione. Che non sia la paura. L'opera non somiglierà a nessun genere letterario, non sarà saggio, romanzo, confessione. Sarà la passione con il suo percorso tortuoso, con la difficoltà della passione laboriosa, della passione scrittura, scrittura che si fa spesso inabile per la troppa passione. Come in questo momento", finì di scrivere lo scrittore.

 


 
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