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L'Area di Broca
Indice n.68-69
 

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"L'area di Broca", XXV-XXVI, 68-69, 1998-99

SCRITTURA

 

Maria Pia Moschini

Ipotesi del quinto verso
Piccolo teatro di scrittura

Il vuoto mi respinge in stanze fonde,
rubando di me a tratti, immagini dipinte,
filamenti di parole in capelli. Cellule.
Si avverte l'odore della perdita,
mentre gli occhi cercano di afferrare
un tempo fine. Aculeo.
Dove potrò sostare a descrivere quello
che il sosia antecedente detta a volte
con un gesto di pena?

Approdo in una stanza, volume sempre più angusto,
mio cubo eretto a misurare il passo che perlustra
ogni angolo morto, i rimasugli d'umido a contare
l'ignoto.
"Lo spazio, penso, è troppo per questo corpo vasto
che si piega.
Meno aria per chiudere il pensiero, ché scrivere
è suo danno..."
Ora cerco il cunicolo assorto che va da un piede
all'altro del letto che mi scava.
Attento confinerò lo spazio per un gomito lento
che non poggia e sbalza da rigo a rigo
            un suo pensiero.
 

Perché tremo? Se ho scritto cinque righe
(non più versi, mi è avverso il tempo,
la posizione), con lo strazio che muove
dalle voragini del cranio.
- Troppo di testa, dico, troppo denso.
Diluisci la storia con sedimenti lievi - .
Pende un canapo dall'ultima mia trave,
sfilaccia nei contorni come un serpe
e mi dà l'uggia di un vento che non muova
altra foglia che il lembo di un lenzuolo
fatto grigio dal sonno.
Una pagina immensa, mai sudario.
Tavola che apparecchia nuove madri.
- Non è invecchiare, penso, è solo l'ultimo dolore
che mi ha reso più stanco -.

Poi ti perdo, altro me stesso, bianco
di una nebbia che accora.
Ti scomponi sul pavimento in maniche di vento
e sai di terra, di viaggio angusto.
Troppo per il poeta un loculo: a lui basta
quel foro da cui passa la mano nella gogna,
il vaso che da Samos trafugò la fanciulla
Pulcheria.
 

Sempre cinque, non più di cinque, la dose
che avvantaggia e non cambia l'idea di testa.
Dopo si stacca l'emozione, il cuore vaga.
Non resta che una sedia e il teatrante:
l'acqua scatena il tuono quando è lesta.
Sul lenzuolo scrivo col dito immerso in ceneri
         la PAROLA ASSOLUTA*
che muove l'aria come una foglia
e atterra accanto alla mano che spaia.

         Tanto piccolo è il seme che si sparge
         quando l'oasi è matura.
         - Fiorirà, mi racconto, fiorirà
         come biblica messe, a mia insaputa.
               Il canto -.

*Il suono che scrive il mare in ogni sua conchiglia
 

Ipotesi del quinto verso

   La mano, serrata, tiene chiuso l'insetto tempo, vibrante. Cinque le sbarre della prigione, non più di cinque.
   Poi le dita si aprono ad una ad una, contano gli attimi: l'insetto liberato si perde nell'aria.
   Ora il vento passa fra le sbarre di una mano oasi, palmizio, la memoria si perde in un vortice da cui riemerge per ricominciare.

            Un altro insetto.
            Un'altra liberazione.

   È il quinto verso l'ultimo lembo di spiaggia, la conclusione di un viaggio, la sosta. Mai la fine.
   La parola si rigenera e riprende il volo, infinita.
            Come tutte le ipotesi.

 


 
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