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L'Area di Broca
Indice n.78-79
 

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"L'area di Broca", XXX-XXXI, 78-79, 2003-2004

Cinema / video / TV

 

Matilde Tortora

Il cinema ovvero della Prefazione
 

Ci sono dei furti, che noi facciamo appropriandoci degli scarti. Secondo la legge a chi appartengono gli scarti? E si può, se ci si appropria di scarti, parlare di furti veri e propri? E chi ha rubato a chi? C'è stata di recente una controversia legale tra una ragazza e la sua parrucchiera. Questa ragazza, che aveva dei folti, bellissimi capelli lunghi, in un momento di depressione, pare causato anche dall'avere subìto un abbandono amoroso, si era recata da una parrucchiera, chiedendole di tagliarle i capelli. Corti, corti - precisò più di una volta la ragazza. La parrucchiera disse: tagliamoli a mezza lunghezza. No - disse la ragazza - devono essere corti. La parrucchiera tagliò, tagliò fino a comporre un corto caschetto di capelli intorno alla testa della cocciuta ragazza.
   Giorni e giorni dopo, quella ragazza dai capelli corti, si trovò a passare per caso davanti al negozio della parrucchiera e, distrattamente, le venne fatto di gettare uno sguardo alla vetrina del negozio. Quale non fu il suo stupore nello scorgere una fluente, bella parrucca, fatta, non c'era alcun dubbio in proposito, dei capelli che le erano stati tagliati giorni prima!
   Entrò difilato allora nel negozio della parrucchiera, ("entrò difilato nelle stalle" - aveva scritto anni prima Pascoli e forse nella mente alla ragazza risuonava in quel momento pure questo verso appreso solamente pochi mesi prima a scuola) e pretese che quella parrucca fatta di morti capelli venisse gettata via, perché - precisò - questo proprio ella aveva voluto che fosse stato fatto dei suoi capelli tagliati. Forse mentre diceva questo, le risuonò nella mente qualche altro verso pascoliano; "la cultura non è solo ciò che ritorna, ma anche e soprattutto ciò che rimane al suo posto, come un cadavere imperituro: è uno strano giocattolo che la Storia non rompe mai".(1)
   Già soltanto la parola parrucca, che sembra trascinarsi appresso tutt'assieme anche le parole parrucchiera e tutt'intero negozio, le era intollerabile e poi non evoca anche questa parola spettri di vecchiaia, idee arretrate (parruccone, sinonimo), come darle torto? E allora quella parrucca doveva essere gettata via - disse decisa la ragazza, alla quale nel frattempo era scoppiato un gran mal di testa e la cui testa (la nostra testa era, in latino, una metafora "testa-vaso di coccio", poi la metafora è morta, perché anche le metafore possono morire, ed è nata una parola nuova) era invasa contemporaneamente da versi evocanti crini di cavalle storne, un delitto rimasto impunito, l'orfanezza del Pascoli e propri tristi pensieri.
   La parrucchiera si oppose. Disse alla ragazza (che portava un'acconciatura nuova e che quindi sembrava avere una testa nuova) che oramai la parrucca ottenuta con quei capelli era di sua proprietà, perché la ragazza non le aveva detto esplicitamente di gettare via i capelli una volta che glieli aveva tagliati e che, dunque, lei con quegli scarti aveva formato quella bella parrucca e adesso intendeva non solo venderla, ma anche farlo ad un prezzo più che conveniente.
   Non so quale fu poi l'esito della controversia tra la ragazza e la parrucchiera, ma questa storia mi è tornata alla mente, rovistando tra alcune cose di mia madre e avendo ritrovato alcuni spezzoni di pellicola da lei conservati al tempo della sua giovinezza.
   Erano scarti - ella ha detto - stavano lì per terra nella cabina del proiezionista, senza farmene accorgere, mi appropriavo di alcuni di quegli spezzoni, che stavano lì per terra in quella piccola cabina e alcuni li mettevo in tasca, altri addirittura me li nascondevo in petto, sotto il golfino di lana.
   Non so se quelli erano dei furti - aggiungeva mia madre - perché erano scarti quegli spezzoni e poi, una volta a casa, mi ritrovavo sulla pelle del petto delle piccole ferite, tanto erano ispidi e aguzzi quegli spezzoni di pellicola o mi ritrovavo delle striature rossastre alle mani, che avevo tenuto chiuse a pugno a custodia di quegli spezzoni, di cui m'ero riempita le tasche.
   Invece le bustine coi cine-racconti le compravo, - ha aggiunto mia madre - mettevo da parte i soldi apposta e non me ne perdevo una e ancora oggi le tengo conservate. Ho tutta la serie completa del' 41, del '42 e del '43 - ha detto mia madre.
   Fammele vedere - le ho chiesto.
   D'accordo, te le faccio vedere - ha risposto mia madre - ma devi anche leggere i cine-racconti in esse contenuti, non basta solo guardare le foto, devi leggere quel che sta scritto dietro ad ogni foto, che è poi un fotogramma vero del film.
   Allora pungono pure queste cine-bustine ? - mi è venuto spontaneo di chiederle.
   Pungono? - ha detto mia madre - Ma come possono pungere se contengono solamente delle piccole fotografie su carta leggera, con delle parole di racconto scritte sul dorso?
   Così è successo che ho preso in mano le sue cine-bustine coi film-racconti, che la Rizzoli e C. pubblicava in quegli anni nel formato di cm. 6 x 8, come Edizioni supplementari alla rivista "Cine Illustrato" e non le ho solamente guardate le piccole fotografie in esse contenute, ma ho anche letto e riletto quello che vi stava di volta in volta scritto dietro a ciascuna fotografia, come lei mi ha raccomandato di fare.
   In anni molto più lontani, addirittura oltre un secolo fa, il filosofo Kierkegaard scrisse un libro fatto tutto di prefazioni e in cui pure si legge questa annotazione: "Scrivere una prefazione è come affilare la falce, accordare la chitarra, chiacchierare con un bambino, sputare dalla finestra ... scrivere una prefazione è come suonare alla porta di qualcuno per prenderlo in giro, come passare sotto la finestra di una ragazza fissando invece il selciato, come cercare col bastone in aria, di colpire il vento, come agitare il cappello senza salutare nessuno ...." (2).
   E se è vero che il frugare nelle tasche di una giovane donna dei primi anni quaranta e andare a vedere quale schermo (e quale schermo retorico) ella celasse conservato nelle sue tasche, è stata uní impresa per certi aspetti non dissimile dal " cercare col bastone in aria, di colpire il vento", devo anche dire che una diciottenne di sessanta anni fa, se pure forse ignorava le prefazioni kierkegaardiane, non ne eludeva certo le problematiche, che sono di tutti gli esseri umani, considerato pure che il gusto per il precario, l'episodico, l'apparentemente insignificante, il fuggevole non è che l'altra faccia di un'ansia metafisica di realtà niente affatto precarie, né episodiche.
   Non senza che prima, però, io abbia ricordato che ad esempio la parola damigiana, come disse il Migliorini in uno dei suoi studi linguistici, pare derivasse da dame - jeanne e, se è vero che non mi riesce difficile immaginare una lontanissima nel tempo e rotondetta donna di nome Jeanne, che versava e pure contemporaneamente serbava del vino, devo anche dire che per quanto magretta e snella fosse mia madre diciottenne, pure in quelle sue tasche rigonfie io possa avere avvertito anche un sentore di vino (non certo della marca migliore) e un versare assieme al conservare.

1 - R. Barthes, Il brusìo della lingua, Torino, Einaudi, 1988, pag. 93.

2 - Prefazioni (Forord) è il libro che S. Kierkegaard pubblicò nel 1844 con lo pseudonimo di Nicolaus Notabene, in Samlede Voerker, III ed., vol.V, Kobenhavn, Gyldendal, 1963.

Per le immagini dei film e i loro racconti contenuti nelle cine-bustine si veda il mio recente Dallo Schermo alla Parola. Semiologia dei film raccontati negli anni Quaranta, La Mongolfiera, 2003.
 


 
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