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L'Area di Broca
Indice n.73-74
 

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"L'area di Broca", XXVIII, 73-74, 2001

TERRA

 

Giovanni R. Ricci

Sotto il segno di Gea
La terra come elemento nell'antica teoria degli umori

 

"Con la terra, infatti, noi vediamo la terra, e con l'acqua l'acqua, / e con l'etere l'etere celeste, e con il fuoco il fuoco tremendo; / e l'amore vediamo con l'amore, e così l'astio con l'astio luttuoso".1 Sono, questi, alcuni fra i più bei versi sopravvissuti del greco agrigentino Empedocle, filosofo della natura vissuto nel V secolo a. C. Nella sua concezione teologica e naturalistica radici (rizomata) divine ed eterne di quanto esiste sono i quattro elementi sopra citati: la terra, l'acqua, l'aria, il fuoco. È dal combinarsi e lo scindersi di tali elementi che si generano le cose del mondo viventi e inorganiche, una dinamica mossa da due forze opposte che Empedocle denomina Amore, che unisce ed è all'origine della vita, e Astio (o Odio o Discordia o Contesa), che separa ed è scaturigine della morte. Se Empedocle in un suo verso2 associa la terra a un dio denominato Aidoneo (probabilmente Ades, signore dell'omonimo spazio sotterraneo ove albergano i morti), la teologia ellenica, come attesta ad esempio la Teogonia di Esiodo (VIII sec. a. C.), vedeva nella Terra - Gea - una divinità primigenia che, unendosi al proprio figlio Urano (il Cielo), ne aveva generato (fra gli altri) Crono e Rea; Crono aveva preso in sposa la sorella Rea e aveva detronizzato il padre; infine Zeus, uno dei figli di questa coppia, aveva estromesso il genitore divenendo ora lui signore di immortali e mortali. Questo in estrema sintesi ma ciò che qui intendo affrontare non è il versante teologico della terra (già presente negli antichissimi culti della Dea Madre) ma il suo far parte, in quanto elemento, d'una concezione psicofisiologica le cui radici sono nel mondo greco e per certi aspetti non del tutto scomparsa, divenendo solo psicologica, ai giorni nostri: la teoria degli umori (intendendo con questo termine determinati fluidi organici che si ritenevano svolgere un ruolo fondamentale nel corpo umano).
   Il riferimento d'obbligo è al fondatore della medicina come scienza, quell' Ippocrate della cui biografia si sa pochissimo (visse fra il 460 ca. e il 326 ca. a. C.) ma nel cui nome ci è giunto un corposissimo gruppo di opere. Fra queste la più interessante ai nostri fini non è però sua (sebbene spesso gli sia stata attribuita) bensì, molto probabilmente, di suo genero Polibo, anch'egli medico: s'intitola La natura dell'uomo ed espone ampiamente la teoria degli umori, connettendola inoltre ai quattro elementi empedoclei, alle cosiddette quattro qualità (caldo, freddo, secco, umido), alle quattro stagioni dell'anno.3 Anche gli umori, che per Ippocrate (così come per il suo predecessore Alcmeone) erano di numero indeterminato, per Polibo sono ovviamente quattro (il privilegio dato a questo numero deriva dalla filosofia pitagorica): il sangue, proveniente dal cuore; il flegma, originato dal cervello; la bile gialla, generata nel fegato; la bile nera, elaborata nella milza. La salute era reputata così coincidente col giusto equilibrio fra i quattro umori; la malattia col loro rapporto disarmonico. Come ho detto, a ogni umore corrispondevano un elemento (il che non significa che gli elementi fossero reputati da Polibo costitutivi del corpo umano), uno stato qualitativo (rispetto alle opposizioni caldo/freddo e secco/umido), una stagione: ebbene, alla terra in quanto elemento secco e freddo, si associava la bile nera, essa stessa secca e fredda, prevalente nel corpo umano durante l'autunno. Del concetto di "secco" è fra l'altro testimonianza proprio la parola latina e poi italiana terra che deriva da un'antica radice denotante questo significato in contrapposizione all'umido dell'acqua.
   Come ho prima accennato, ad ogni stagione si pensava predominasse un particolare umore, secondo una precisa corrispondenza fra microcosmo e macrocosmo: in inverno, il flegma, freddo e umido, legato all'elemento aria; in primavera, il sangue, caldo e umido, corrispondente all'elemento acqua; in estate, la bile gialla, calda e secca, associata all'elemento fuoco (della bile nera ho già detto). All'autorità di Ippocrate si rifà esplicitamente un'altra figura fondante il costituirsi d'una teoria e prassi medica scientificamente impostata, intendo il medico greco Galeno, vissuto fra il 129 e il 199-200 ca. d. C.4 Ma l'Ippocrate cui guarda Galeno è quello di specifici testi fra cui La natura dell'uomo che per lui è ippocratica nella parte (cap. 1-8) in cui tratta proprio degli umori5 (mentre ho già detto come tale trattatello sia verosimilmente di Polibo). Per Galeno i quattro elementi sono veri e propri fattori costitutivi dello stesso corpo umano (egli attribuisce questo concetto a Ippocrate ma non è in realtà presente né nella Natura dell'uomo né in altre opere del Corpus hippocraticum): in particolare, nel suo quadro teorico, il primo livello della realtà fisica è dato da un sostrato di materia ingenerata ed informe; esso subisce l'azione delle quattro qualità primarie (caldo, freddo, secco, umido): esito di tale processo sono i quattro elementi; dal combinarsi di aria, acqua, terra, fuoco derivano i quattro umori; i quattro elementi sono a fondamento di tutto ciò che esiste mentre i quattro umori vengono a edificare i tessuti costitutivi degli specifici organi corporei delle varie specie animali e dello stesso uomo.
   Già nel II o III sec. d. C. la concezione 'ippocratico'-galenica fu estesa da altri fino a far derivare dai quattro umori anche quattro temperamenti (ovvero tipologie psicofisiologiche), a seconda dell'umore che si pensava tendesse a prevalere nel soggetto: il temperamento sanguigno, il flemmatico, il collerico (ove dominava la bile gialla), il melanconico (in cui signoreggiava la bile nera che in greco si chiamava appunto melancolìa).6 Ecco così che la terra quale elemento veniva ad abbinarsi proprio a quest'ultima categoria mentre il pianeta dei melanconici è stato - dal IX secolo ad opera di scrittori arabi, dal XII secolo in Occidente - ritenuto Saturno.7 Specialmente in ambito astrologico e alchimistico, forte è stato infatti il legame posto fra la terra in quanto elemento e Saturno, entrambi freddi e secchi (tale pianeta è il più lontano dal Sole fra quelli allora noti), associati sia alla melanconia sia alla prima tenebrosa fase dell'opus alchemico: la nigredo, così denominata da quel colore nero (niger) che ricorda il nero (mélas) della bile di questo colore in azione perturbante nei melanconici.8 Anche quattro diverse età della vita furono correlate al prevalere d'uno dei quattro umori: il sangue nell'infanzia, la bile gialla nella giovinezza, la bile nera nella maturità, il flegma nella vecchiaia (ma sull'abbinamento età-umore vi sono state anche altre proposte).
   Questa versione della teoria degli umori, fondata sui quattro tipi temperamentali e percepita come genuinamente ippocratico-galenica, rappresentò un modello - aperto peraltro ad aggiustamenti - per la medicina (e per il senso comune) del Medioevo, ruolo che continuò ad assolvere nei secoli seguenti fino almeno al diciassettesimo (e in qualche caso anche oltre). Così lo scrittore elisabettiano Ben Jonson elaborò fra fine Cinquecento e primi del Seicento un genere teatrale denominato comedy of humours al cui fondo è proprio l'antica teoria degli umori: "choler [ ossia bile gialla] , melancholy, phlegm, and blood", come ricorda il personaggio di nome Asper nel prologo della commedia Every Man Out of his Humour (Ognuno fuori del suo umore, 1599).9 Nel teatro elisabettiano i riferimenti alla dottrina umorale sono frequenti ma si trattava di una tematica dibattuta - non solo in Inghilterra - da parecchi studiosi, oggetto d'interesse da parte di vari pittori e scrittori, e facente parte, sebbene semplificata, della stessa cultura popolare. Ad esempio in un testo manoscritto del 1500 circa, il Guild Book of the Barber-Surgeons of York (Libro della Corporazione dei barbieri-chirurghi di York), compare l'immagine dei quattro tipi temperamentali e il cartiglio raffigurato ribadisce che ai quattro umori corrispondono i quattro elementi e le quattro "complexions"10: naturalmente i barbieri-chirurghi, come questi di York, erano a loro modo degli specialisti (sia pure di basso conio) ma i loro clienti erano certo in grado di intenderli a proposito dei temperamenti così come gli spettatori teatrali, i lettori e i ricettori di opere pittoriche. Un altro esempio ci porta nella Francia del Re Sole e riguarda Molière, autore di cui è notissima l'ostilità verso l'arte medica, o piuttosto verso l'insoddisfacente medicina del suo tempo, espressa in numerose opere, dalla farsa giovanile Il medico volante all'ultimo capolavoro Il malato immaginario: il sottotitolo del Misantropo (1666) è L'atrabiliare innamorato e lo stesso protagonista Alceste, atrabiliare (ovvero melanconico) dall'umore cupo e rancoroso, afferma di aver continue occasioni per "m'echauffer la bile" (scaldarmi la bile) cadendo così in un "humour noire" (atto I, scena I); più avanti, nella stessa scena, il tranquillo Philinte gli fa invano osservare come la propria "flegme" sia non meno motivata della "bile" di Alceste: tutti riferimenti alla dottrina umorale che erano all'epoca sia propri del linguaggio medico che di quello comune. Né mancano esempi letterari italiani, come nel caso cinquecentesco d'una famosa novella di Matteo Bandello, quella nona del libro II la cui trama pervenne per vari passaggi al genio di Shakespeare con la sua universalmente nota tragedia Romeo and Juliet. Anche in Bandello, il frate - per sottrarre Giulietta, che si è segretamente sposata con Romeo, a un matrimonio impostole dai genitori e che ella aborre - le consiglia, malauguratamente, una pozione atta a generare una morte apparente: questo particolarissimo sonno durava "circa quaranta ore almeno e talora più, secondo la quantità che si beveva e secondo il temperamento [ = la proporzione reciproca] degli umori del corpo di chi la beveva",11 ove il riferimento agli "umori" allude proprio ai quattro dell'antica tradizione. Queste ricadute d'una dottrina 'scientifica' sulla mentalità popolare o sulle cognizioni di artisti e intellettuali derivano dal fatto che, come ho detto, tutta la medicina dell'epoca - non a caso per larga parte fondata su pratiche espulsive (salassi, purghe) - accoglieva la concezione umorale, sia pure con qualche ritocco teoretico: in particolare, a proposito dell'umore legato all'elemento terra, ovvero la bile nera, era stato pienamente accolto un concetto esposto dal filosofo e medico musulmano Avicenna (980-1037) nel suo Canone della medicina, opera che, tradotta in latino nel XII secolo, divenne poi d'obbligo, e tale rimase fino alla metà del Seicento, nelle facoltà mediche europee. In sintesi, da Avicenna la cultura occidentale riprese, fra l'altro, l'idea che la bile nera non fosse l'unico umore determinante, se in eccesso, la condizione melanconica: anche gli altri tre, mischiandosi con l'atrabile, potevano generare determinate forme di melanconia (ad esempio quella in cui entrava in gioco la bile gialla si credeva provocasse lo stato di furore). Qualunque fosse la sua origine, la tipologia melanconica finì con l'essere reputata la più grave dagli studiosi: per esempio l'umanista inglese Robert Burton, nel suo trattato The Anatomy of Melancholy (sei edizioni progressivamente accresciute dal 1621 al 1651), in merito ai casi in cui causa della melanconia è il dolore (sorrow), evidenziava che il sangue proveniente dalla milza (e perciò mischiato con la bile nera) generava pericolosi effetti sul cuore causando "melanconia, disperazione e, talora, la morte".12
   Anche nel giudizio comune, fra i quattro temperamenti, era quello melanconico ad essere descritto coi tratti caratteriali più sfavorevoli. Se dunque il melanconico era visto come spiccatamente patologico o comunque dotato d'una corposa serie di difetti (ma per Galeno la bile nera si connetteva invece ai tratti psicologici non negativi e 'terrestri' della fermezza e della stabilità13), un giudizio piuttosto diverso era presente in un altro autorevole testo antico: i Problemata (XXX, 1) allora attribuiti ad Aristotele (attribuzione su cui oggi vi sono dei dubbi). In un passo di quest'opera14 l'autore sostiene che quegli atrabiliari in cui la bile nera è a moderata temperatura (né troppo calda né troppo fredda) e in quantità non troppo abbondante sono più intelligenti del resto della popolazione e destinati ad emergere nella filosofia, nelle arti, nella politica: da ciò trasse spunto il nostro Marsilio Ficino, egli stesso melanconico, nel libro I del suo De vita, teorizzando un legame fra melanconia e genio che divenne assai popolare.15 Intanto, nelle concezioni astronomiche dell'epoca, il geocentrismo imperante poggiava anche su una proprietà attribuita alla terra come elemento: infatti, prima della rivoluzione astronomica copernicana (il De revolutionibus apparve nel 1543 ma il nuovo paradigma non si affermò certo subito), scienziati e filosofi sostenevano "che la Terra doveva trovarsi al centro dell'universo, perché, secondo i dogmi della fisica aristotelica, era quello il luogo naturale dell'elemento grave terra, che era il suo maggiore componente".16
   Tornando alle riflessioni di allora sulla psicologia umana l'umoralismo, come si è visto, trionfava. Tuttavia, nel corso del Seicento e poi del secolo successivo, dapprima Cartesio (in particolare nel trattato sulle Passioni dell'anima, 1649), quindi vari scienziati (fra cui l'italiano Giovanni Alfonso Borelli) evidenziarono il ruolo del sistema nervoso e in particolare del cervello come sede delle emozioni, facendo sì che venisse meno il valore esplicativo della teoria degli umori come interpretazione causale dei processi affettivi. Altri settori della medicina procedettero tuttavia più lentamente: in particolare, perché la dermatologia si distaccasse dalla teoria umorale pervenendo a una classificazione dei disturbi basata su rilevazioni istologiche, si dovette giungere al 1845, nell'ambito della cosiddetta scuola medica di Vienna, con le indagini di Ferdinand von Hebra.17 Ma nel decadere di quell'antica visione psicofisiologica, qualche reperto di essa è tutt'oggi rimasto: nel nostro linguaggio esistono ancora termini come umorale, bilioso, flemma, melanconia (e malinconia) mentre la stessa parola umore conserva un'accezione psicologica. Figurativamente, poi, l'espressione "essere di umor nero" rimanda proprio al colore della bile connotante una volta i melanconici. Inoltre sia lo psicofisiologo tedesco Wilhelm Wundt (1832-1920) che il celebre scienziato russo Ivan P. Pavlov (1849-1936) ripresero in parte, eliminandone certo il retroterra umorale, la classica quadripartizione dei temperamenti. Di particolare interesse è stata tuttavia, nella seconda metà del Novecento, la proposta di modalità descrittiva della struttura della personalità umana elaborata dallo psicologo anglo-tedesco Hans Jürgen Eysenck (1916-1997). Questo studioso ha anch'egli in certo modo recuperato i quattro tipi psicologici anticamente ipotizzati a partire dalla teoria degli umori e ormai ovviamente privati di questo antico sostrato dottrinale: il melanconico, il collerico, il flemmatico e il sanguigno. Ma soprattutto ha proposto l'utilizzo di due variabili, rappresentabili ognuna come un continuum fra due poli: la dimensione estroversione-introversione e la dimensione tendenza nevrotica-stabilità psicologica. I quattro temperamenti - che Eysenck ha studiato anche nel loro retroterra neurologico - sono infrequenti allo stato puro e ad ogni modo ogni individuo, in questo modello, si definisce psicologicamente attraverso la sua posizione nelle due dimensioni suddette: sarà cioè più o meno estroverso (o introverso) e più o meno tendente alla nevrosi. Le quattro tipologie temperamentali sono comunque così caratterizzate (chiamando per amor di sintesi "labilità" la tendenza alla nevrosi): il melanconico è labile e introverso; il collerico, labile e estroverso; il flemmatico, stabile e introverso; il sanguigno, stabile e estroverso.18 Si tratta di un sistema tutt'oggi interessante anche se, nel campo strettamente patologico, esistono classificazioni più dettagliate e clinicamente più utili.
   E la terra in quanto elemento? Nel linguaggio quotidiano e poetico (soprattutto in riferimento alla letteratura del passato) non mancano ricordi dell'antica teoria empedoclea, come nella montaliana espressione "subbuglio degli elementi" (in Ossi di seppia19), ed è cognizione comune che fra quei quattro elementi vi fosse anche la terra. Ma prendiamo i loro nomi uno a uno: oggi si può ancora dire che il fuoco è un elemento potenzialmente distruttivo (letterariamente, il vorace elemento), che (a voler esser retorici) il mare (più che l'acqua) è il liquido elemento, che (idem come sopra) l'aria è il mobile elemento mentre per la terra quell'antico significato si è sostanzialmente disperso nelle sue ulteriori denotazioni. Ed anche se il melanconico (il depresso) si sente a terra, questa terra non è uno dei quattro elementi primi costituenti del Tutto bensì il più banale suolo che è sito spazialmente giù come figurativamente l'umore del melanconico medesimo: verso terra (nel senso detto) egli reclinerà forse il suo capo (come accade in molti esempi figurativi20), né escluderei una nuance semantica riferita all'essere sotto terra dei morti. Fa eccezione una disciplina assai di moda, fondata sull'erroneo assunto che, essendo essa antica, sia anche per ciò stesso vera: in astrologia, come tutti sanno, i segni zodiacali sono ripartibili in segni di fuoco, di terra, di aria, di acqua (quelli di terra sono Toro, Vergine e Capricorno). In termini scientifici, parlando di elementi costitutivi (sebbene non indivisibili) di ciò che esiste, si intendono oggi quelli chimici - i centodieci (per ora) del sistema periodico, dall'idrogeno al 110 ancora senza nome - e fra essi non troviamo né l'acqua (che è una molecola) né l'aria (che è un miscuglio di gas) né il fuoco (che è l'esito d'un processo combustivo) né appunto la terra (costituita, in quanto strato della superficie terrestre, di sostanze svariate e variabili da luogo a luogo). Dei quattro classici umori nessuno ha oggi un diretto significato temperamentale: né il sangue né la bile (che è una sola) né quel che gli antichi chiamavano flegma (probabilmente un liquido formato soprattutto di mucina). Tuttavia una concezione genericamente umorale non è affatto assente dalla medicina contemporanea. Leggiamo ad esempio quanto scriveva nel 1936 il medico e storico della medicina Arturo Castiglioni a proposito delle "ricerche recentissime nel campo dell'immunità e dell'endocrinologia"21: "in tutti campi [della fisiologia] , col sussidio della fisica, della chimica, della meccanica, nuove scoperte si susseguono e nuovi problemi si propongono e vie insospettate di relazioni fra vari organi e di reciproche influenze appariscono chiare e avviano a una concezione nuova che vorremmo chiamare del neo-umoralismo".22 Di fatto il ruolo anticamente attribuito ai quattro umori è in realtà, almeno in parte, giocato nel nostro corpo da fondamentali 'bioumori' che nel 1904 sono stati denominati ormoni. Gli incrementi conoscitivi in quest'ambito sono stati poderosissimi (e proseguono di giorno in giorno): in assoluta brevità e per concludere, basterà ricordare che particolari ormoni (in sé, ovviamente, essenziali per la nostra salute), malattivati da iterate stimolazioni stressanti (oltreché da possibili predeterminazioni genetiche), sono implicati in svariate patologie sia fisiche che mentali (non esclusa la depressione maggiore).23

 

1) Empedocle, Poema fisico e lustrale, a cura di Carlo Gallavotti, Milano, Fondazione Lorenzo Valla - A. Mondadori Editore, 1975, p. 13 (Poema fisico, libro I, I, vv. 56-58).

2) Ibid. (Poema fisico, I, I, v. 54). Questo nome divino - come quelli che Empedocle associa agli altri tre elementi (Zeus al fuoco, Era all'etere, Nestide all'acqua: vv. 54-55) - non è da intendersi come un abbinamento rigido. Tutte e quattro le associazioni elemento-divinità appaiono comunque chiaramente motivate (con qualche discussione in più per Nestide: cfr. il relativo commento di Gallavotti in op. cit., pp. 173-174): nel caso di Ades (se questo è il significato di Aidoneo) la sua natura ctonia spiega l'accostamento all'elemento terra.

3) Cfr. La natura dell'uomo, in Ippocrate, Opere, a cura di Mario Vegetti, Torino, UTET, 1976, pp. 429-451.

4) Cfr. Galeno, Opere scelte, a cura di Ivan Garofalo e Mario Vegetti, Torino, UTET, 1978 e soprattutto Galeno, Gli elementi secondo la dottrina di Ippocrate. I temperamenti, a cura di Paolo Tassinari, Roma, Paracelso, 1997.

5) Nonché nel capitolo 9 in cui tratta delle malattie individuali ed epidemiche.

6) Cfr. Raymond Klibansky, Erwin Panofsky e Fritz Saxl, Saturno e la melanconia: studi di storia della filosofia naturale, religione e arte, tr. it., Torino, Einaudi, 1983, pp. 7-115.

7) Cfr. op. cit., pp. 119-201.

8) Si veda a tale proposito Maurizio Calvesi, La melanconia di Albrecht Dürer, Torino, Einaudi, 1993.

9) Nella comedy of humours jonsoniana è fra l'altro presente il tema della melanconia come moda, espresso in particolare nel personaggio di Stephen in Every Man in his Humour (1601): tale motivo si contrappone a quello della melanconia tragica di cui è rappresentazione emblematica la figura di Amleto. Cfr. R. Klibansky et al., op. cit., pp. 205-227.

10) L'immagine è riprodotta in Charles Singer e E. Asworth Underwood, A short history of medicine, Oxford, Clarendon Press, 1962, p. 102 e in R. Klibansky et al., op. cit., fig. 81 (in questo giustamente celebre volume sono presenti numerose altre immagini dei quattro tipi temperamentali e diverse altre aventi specificamente per oggetto la tipologia melanconica).

11) Matteo Bandello, Novelle, a cura di Giuseppe Guido Ferrero, Torino, UTET, 1974, pp. 438-480, citaz. a p. 463. La prima edizione delle Novelle uscì, vivente l'autore e da lui controllata, nel 1554. La fonte più prossima della novella IX del libro II è una novella scritta, probabilmente intorno al 1524, dal vicentino Luigi Da Porto; ancora precedente - edita per la prima volta nel 1476, un anno dopo la morte dell'autore - è la novella XXXIII del Novellino di Masuccio Salernitano (Tommaso Guardati) il cui intreccio prefigura già, a grandi linee, quello reso famoso da Shakespeare sebbene i protagonisti si chiamino in altro modo (Mariotto e Ganozza) e le vicende narrate collimino solo in parte col plot più noto.

12) Robert Burton, The Anatomy of Melancholy, vol. I, New York, Middleton, 1871, p. 346.

13) Cfr. Galeno, In Hippocratem De natura hominis commentarius [ Commento a "La natura dell'uomo" di Ippocrate] , XXXVIII, in Opera omnia, a cura di C. G. Kühn, Hildesheim, G. Olms, 1965, p. 97.

14) Cfr. Aristotele, Problèmes, a cura di Pierre Louis, Paris, Les Belles Lettres, 1991, pp. 29-36.

15) Cfr. Marsilio Ficino, Sulla vita, a cura di Alessandra Tarabochia Canavero, Rusconi, Milano, 1995, pp. 97-134 (il libro I era stato concluso da Ficino nel 1480; la prima edizione a stampa del De vita è uscita nel 1489). Per Ficino la bile nera esercita un'influenza positiva quando, né surriscaldata né troppo fredda, è opportunamente mescolata coi due umori più caldi, il sangue e la bile gialla.

16) Marie Boas, Il Rinascimento scientifico 1450-1630, tr. it., Milano, Feltrinelli, p. 64. Questa considerazione era fra le cause per cui si pensava che la Terra non avesse alcun tipo di movimento.

17) Cfr. C. Singer e E. Asworth Underwood, op. cit., p. 286.

18) Cfr. Hans Jürgen Eysenck e Glenn Daniel Wilson, Psicologia umana, Firenze, OS, 1976, pp. 146-179. Eisenck ha introdotto anche una terza dimensione (psicoticismo-controllo da parte dell'io) relativa alla maggior o minor tendenza a sviluppare comportamenti psicotici. Si veda anche il sito Internet www.mirbi.it/pagine/eysenck.htm

19) Il testo poetico in questione è Ed ora sono spariti i circoli d'ansia...

20) Il motivo della testa reclina presente in molte raffigurazioni di melanconici deriva da quello, antichissimo, della guancia appoggiata a una mano: cfr. R. Klibansky et al., op. cit., pp. 269-271 e, in questo stesso volume, il già menzionato apparato figurativo.

21) Arturo Castiglioni, Storia della medicina, Milano, Mondadori, 1936, p. 600.

22) Op. cit., p. 662.

23) Per un quadro aggiornato cfr. Umberto Pagotto, Valentina Vicennati, Luana Ceroni e Renato Pasquali, "Lo stress e la sindrome da maladattamento", Le Scienze. Quaderni, n.119, aprile 2001, pp. 66-71. Per i tratti caratteristici della depressione maggiore si veda il capitolo sui "disturbi dell'umore" in American Psychiatric Association, DSM-IV: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali, ed. it., Milano, Masson, 1996. La gamma di sintomi psicologici tradizionalmente connessi alla melanconia intesa nel senso antico la imparenta in particolare con le odierne diagnosi di depressione maggiore e di distimia (o nevrosi depressiva). Il labile introverso della teoria di Eysenck (v. sopra) è invece esclusivamente soggetto a disordini nevrotici quali distimie o disturbi ossessivi.
 


 
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