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L'Area di Broca
Indice n.70
 

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"L'area di Broca", XXVI, 70, 1999

COLORI

 

Giovanni R. Ricci

Noterella vergognosamente narcisistica sull'azzurrità degli occhi di me medesimo e d'un primevo mio objet d'amour
 

Espressioni d'origine adulta, intensamente elogiative nei riguardi dell'azzurrità dei miei occhi, sono state un autentico leit-motiv della mia infanzia, tiritere sì gratificanti (primariamente per babbo e mamma) ma anche, a lungo andare, noiose. Sta di fatto che, allora, avevo l'impressione che gli occhi azzurri (dico azzurri per intender pure celesti, turchini, pervinca, azzurro-grigi, verdazzurri, cobalto e quant'altro rientra nella grande famiglia cromatica del blu oculare) fossero cosa rara e preziosa, mentre adesso mi pare siano diffusi per ogni dove, esito cui sospetto contribuisca l'industria delle lenti a contatto colorate: congettura, lo riconosco, priva di gran fondamento e sicura reliquia della copia di elogi ricevuti in quegli anni lontani. Forse, ipotizzo col senno di poi, colpiva il fatto che i miei genitori ed anche la nonna paterna (che abitava con noi) avessero invece occhi marroni, evento per la verità non troppo strano ma neppure consueto: è noto, infatti, che, geneticamente, il carattere fisico "occhi celesti" è recessivo rispetto al carattere "occhi bruni o neri". La spiegazione del mio caso non sta tuttavia nell'esser io stato catapultato infante sulla Terra da un pianeta morente del sistema di Alpha Aurigae o, in estremo subordine, abbandonato in un cassonetto da una zingara slava ma più semplicemente negli occhi azzurri presenti in qualche caso nella famiglia di mia madre e - a parte mio padre - nella totalità dei casi dei "nati Ricci" fino all'altezza del bisnonno (di tempi più remoti non so). Col trapassare dell'età infantile, il quadro, relativo agli effetti generabili dal mio status occhi ceruleo, è mutato. Intanto, già durante le medie, con la sempre maggior autonomia dai genitori, le occasioni di apprezzamento per i miei occhi in certa misura si ridussero: nei molti pomeriggi trascorsi, dopo i compiti, a giocare a pallone o a correre in bicicletta con gli amici, non c'erano adulti più o meno bambineggianti che badassero a tale dato e a noi che l'altro avesse gli occhi chiari o scuri, ovviamente, non ce ne poteva importar di meno. Ma soprattutto, con l'approssimarsi della scuola superiore (finalmente le classi miste!) e, parallelamente, col risveglio di primavera dei sensi, mi accorgevo, magno cum gaudio, che l'azzurrità dei miei occhi un suo ruolo lo aveva, eccome, quale stimolo-segnale per le ragazzine. La prima è stata, credo, Sandra, a Ortisei, nell'estate '67, per me fra la terza media e il ginnasio, per lei fra la seconda e la terza media: era senz'altro carina e decisamente innamorata di me, evento su cui l'azzurrità dei miei occhi influiva non poco. I reciproci periodi di vacanza si intersecarono, allora, per soli tre o quattro giorni. Lei a me non spiaceva, innamorato però non ero e poi mi appariva un po' troppo bambina: così, in quel luglio lontano, fra noi non c'è stato nulla. L'anno dopo, però, la natura, com'è quasi sempre suo solito, aveva fatto miracoli (il che non esclude che sia matrigna: fa i miracoli prima ma frega poi1): Sandra non era più una bambina, sebbene io, incongruamente, appena sono sceso dall'auto dei miei e lei mi si è avvicinata un po' rossa in viso, la prima cosa che lo ho detto sia stata: "Però, come sei cresciuta". Ma intendevo dire che ora sì, poteva esserci qualcosa. Mi piacevano (fra le altre cose) i suoi morbidi capelli castani e i suoi occhi nocciola, anche se poi la maggior parte delle nostre interazioni più intime sono avvenute quando i colori non si distinguevano molto: la sera tardi sul prato alle pendici dell'Alpe di Siusi o, di giorno, nella buia rimessa dell'hotel (quella rimessa che chi abbia il numero dell'Area di Broca sul tema "Acqua" potrà veder menzionata a un certo punto d'una mia poesia). Sandra, l'ho detto, era innamorata, io molto meno. E invece, lo ero stato follemente per una decina di giorni, nel settembre dell'anno precedente, poco dopo il rientro a casa dalla prima vacanza a Ortisei (quella dell'iniziale conoscenza di Sandra): si chiamava Silvia, aveva i capelli biondi, gli occhi azzurri e un anno più di me. Sicura di sé e un po' intimidente, prima che rinvenissi il coraggio per far qualche passo volto allo scopo, si era già messa con uno assai più grande: così va spesso il mondo. La sofferenza, l'ho detto, è per fortuna durata poco e il bello, mentre stavo così male, è che metapsicologicamente pensavo: "ecco cos'è l'innamoramento". A questo punto mi tenterebbe asserire, assurgendo a modello le due citate e archetipe donzelle, che i miei autentici oggetti d'amore hanno sempre avuto gli occhi azzurri o in alternativa verdi, ma direi una bugia come attesta ad esempio l'iride bruna dell'una volta amata compagna di scuola Cristina. Quanto ai miei, di occhi, un evento ha, ohimé, ridotto di molto le loro potenzialità fascinatorie: gli occhiali, inaugurati (miopia) proprio nell'estate '68, la stagione della storia con Sandra. In quei giorni un po' li mettevo e un po' no, trattandoli da oggetto finalizzato al look anziché necessitato da un deficit; ma presto ho iniziato a indossarli stabilmente e le lenti a contatto non mi sono mai piaciute: così, ora, i miei occhi potevano giocare in pieno il proprio ruolo, solo quando un forte grado di intimità reciproca era già raggiunto (per relativa chiarezza dirò che mi tolgo gli occhiali solo in una ben limitata tipologia di circostanze, per esempio a letto o sotto la doccia). Rarissimi, dunque, si sono fatti gli elogi ai miei occhi nel loro mostrarsi occhialuti: ricordo la bella cameriera di un'osteria urbinate o la mia vecchia (ma sempre giovane e erogena) amica Stefania, con cui momenti anche senza occhiali ci sono stati, eppure un moto ammirativo si è in lei generato in un recente e luminoso pomeriggio primaverile, quando gli occhiali li avevo, com'è mio solito, indosso. In futuro, per praticità ma sotto sotto per un sogno impossibile di riconquista del bel tempo che non ritorna, è possibile che un laser, buttati io via gli occhiali o reciclati in lenti da sole, riporti i miei occhi alla loro nudità originaria. Vedremo. Intanto, mi piacerebbe ricordare qui, adesso, il colore degli occhi degli ulteriori miei objets d'amour (fanciulle in effetti dalle iridi per lo più azzurre o verdi) ma, insieme, lo spazio che il mio narcisismo ha avuto la bontà di concedermi già mi appare eccessivo. Così, onde anche evitare il "chi se ne..." del gentile lettore, pervengo rapidissimamente al the end.

1. Non mi riferisco a Sandra che non ho più rivisto da quei giorni lontani ma a considerazioni filosofiche come quelle espresse da Sofocle - sia pure in termini eccessivamente depressivi - nell'antistrofe del terzo stasimo dell'Edipo a Colono o, in versione solare e insieme non priva talora d'una qualche malinconia, da tanta nostra poesia tre-quattrocentesca: la giovinezza e con essa (quando ci sono) la salute e la bellezza sono beni notoriamente effimeri; meglio sarebbe non nascere, arriva a dire l'antico tragediografo, per sottrarsi ai mali del vivere che attendono chi abbia valicato i confini della sventata giovinezza; sì, ogni perfezione biologica è deperibile - concordano Poliziano, il Magnifico e vari altri - ma allora, aggiungono non senza saggezza, cogliamo, finché ci è possibile, le occasioni di godimento (ed oggi, rispetto ad allora, la miglior qualità della vita e l'estendersi temporale della giovinezza dovrebbero rendere perfino più agevole il compito). (Va da sé che Poliziano e Lorenzo ragionano in chiave neoplatonica e che ad esempio la Canzona di Bacco richiama strettamente l'Ecclesiaste, ma di tutto questo non è qui luogo a parlarne).

 


 
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