Trascors

   Trascorsero una decina di giorni senza che nulla di memorabile accadesse, e rapidamente anche i giornali e la televisione cessarono di interessarsi al delitto. Così nel rifugio agreste in cui erano stati accolti, pur fra improvvisi timori e gelidi trasalimenti, i due ragazzi ricucirono le ferite dell'anima con mutue amorevoli cure. Si ritrovarono ammutoliti di fronte al mistero del mondo, e senza più parole dinanzi al mutevole deserto dell'uomo. Le loro conversazioni con Antonia o Martino li vedevano impacciati e astratti, capaci solo di sguardi e monosillabi, oppure di brevi domande talvolta banali, talvolta cupe e disperate. Solo negli ultimi giorni, fra le macerie delle vecchie illusioni cominciarono a ritrovare frammenti che faticosamente, accostati l'uno all'altro, potevano adombrare nuove forme. E anche se nulla dell'antica gioia di esprimere opinioni e certezze, o anche soltanto di esternare la ragione delle cose, pareva essere rimasto in loro, non di meno quella penosa afasia sembrò allentarsi. Decisero di ritornare a casa in città.
   Antonia aveva una macchina che ogni tanto usava per andare al paese più vicino a fare la spesa, portandosi magari dietro anche il marito, che in carcere non aveva certo avuto l'occasione di prendere la patente. Per cui sarebbero andati con la donna in paese e da lì avrebbero proseguito in treno.
   "Le biciclette le riprenderemo più in là, se troveremo un furgone" concluse Stefano. Poi aggiunse: "Ecco, magari sarà meglio se continuate a dire che non ci siamo fermati qui da voi, che ce ne siamo andati subito..."
   Martino ebbe un ghigno furbesco. "Oh, ma a voi" disse "non vi abbiamo nemmeno mai visti. Quelli che sono venuti qui erano stranieri, no?" E che il vecchio avrebbe mantenuto il silenzio lo avremmo sperimentato io e Francesca l'anno dopo, come si è già visto.