Sveltive
"Svelti, venite di qua!" Antonia li condusse nella stanza con il grande armadio sopra il quale avevano nascosto la roba. "Aiutatemi a spostarlo un po'. Dietro c'era una porta che poi abbiamo murato, ma c'è rimasta una rientranza nella parete. Lì non andranno a guardare di sicuro".
Stefano osservò la mole dell'armadio. "Ma poi ce la fa a richiudere?" chiese.
"Non vi preoccupate. Sbrighiamoci, piuttosto, ché sono già di sotto, e fra poco saranno qui".
Il pavimento lucido di cera rese più agevole del previsto lo spostamento del pesante mobile e, creata una distanza di circa mezzo metro con il muro, i due amici vi si infilarono andandosi a rintanare nello spazio della vecchia porta. Rapidamente la scura mole dell'armadio, come spinta da un meccanismo invisibile, si riaccostò alla parete ed essi, silenziosi e trepidi, rimasero di nuovo al buio e nell'angustia di uno spazio ristretto che gli portò alla mente l'oppressione di una bara. Non trascorse molto che udirono dei passi avvicinarsi e delle voci pronunciare parole brevi, prive d'intonazione.
"E qui chi c'è?" chiedeva un uomo.
"Nessuno" rispondeva Martino "è vuota".
"E quello?"
"Un armadio". Si sentì aprire le ante, col cigolìo dei cardini, e frugare dentro fra gli abiti con svelta impudicizia.
"Ci sono altre stanze?"
"Una stanzina di là".
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