Stavamog

   Stavamo già per risalire in macchina quando ci sentimmo chiamare. Un vecchio era comparso sulla porta della canonica e ci faceva cenno di aspettare, come se avesse da dirci qualcosa. Man mano che si avvicinava sia io che Francesca scorgevamo in lui un che di familiare, dei tratti conosciuti, un personaggio ambiguo ed inquietante di cui conoscevamo le gesta.
   "E' Martino!" esclamammo sottovoce scambiandoci gli sguardi. Finalmente avevamo trovato qualcuno che avrebbe forse soddisfatto la nostra ansia di sapere, una traccia vivente del passaggio dei nostri due amici. Del resto era con lui e con sua moglie che avevano trascorso quel che rimaneva della loro vacanza.
   Lasciato Leonardo, Lisa e Stefano si reimmersero nel viaggio con l'animo offuscato da presentimenti. Venendo giù dai tornanti del colle la vegetazione protesa sulla strada sembrava quasi muoversi a ghermirli e, via via che scendevano, l'afa dei giorni passati tornava ineluttabilmente ad opprimergli il corpo. Giunti in fondo alla discesa si trovarono davanti a un bivio e al momento di decidere quale strada intraprendere furono colti dal dubbio. Si fermarono, pertanto, e soprattutto Stefano si mostrò titubante e indeciso, mentre Lisa, con espressione più serena o incosciente, si mise a sbocconcellare un frutto aspettando che l'amico decidesse. Una delle due strade andava avanti risalendo il fiume, l'altra invece li avrebbe riportati indietro, dall'altra parte, al paese di Claudia e poi sulla strada principale per tornare in città.
   "Chi siamo noi per sfidare il destino o la fortuna?" pensò Stefano con voce sommessa. "Che diritto abbiamo di entrare in un mondo che non è nostro?"
   "Dai!" cercò di rincuorarlo l'amica. "Ormai ci siamo. Se anche dovessimo tornare indietro, usciamo almeno da una parte diversa" e allungò a Stefano il frutto perché lo finisse.