Sonoquia
"Sono qui apposta per dirvelo" rispose il vecchio, e assunse un'espressione grave nel volto. L'aria benevola e cordiale gli si fece tetra, le rughe ebbero un guizzo maligno che si trasmise agli occhi, lucenti di una strana ebbrezza. Stefano e Lisa avvertirono la metamorfosi, provando un secco e pungente disagio, sentendo inconsciamente che una colpa, una fiamma incombusta e inestinguibile, rodeva in cenere il cuore e le membra di quell'uomo inciso.
"Vi ho visti arrivare" continuò Martino. "Da quei colli, di là dalla strada, si può vedere la valle per chilometri, fino alla pieve, al Borghetto, anche più in là se l'aria è limpida". Aveva un che di sacerdotale nella voce e nell'atteggiamento, nei gesti lenti della mano. "Ci vado ogni mattina e guardo, guardo intorno, controllo chi passa, anche col binocolo se è distante..." E quando qualcuno si fermava, anche lontano da lui, anche pure all'estremo confine di quel paradiso violato, ecco salirgli incontrollabile l'impulso di avvicinarlo e scendere a parlargli. "E' terribile!" proruppe guardando fisso la rupe sopra il fiume, con voce tremante di vecchio: "E' terribile evocare la morte, ma è questa la mia pena, la mia eterna condanna!"
Ai ragazzi sembrò che vaneggiasse, che recitasse una parte senza esserne cosciente, senza accorgersi che quella dizione da guitto provocava solo il riso in chi ascoltava. Ma si trattennero, finsero stupore e interesse.
"E' presto detto" riprese il vecchio ricomponendosi. "Allora avevo un pezzo di terra. Ci piantavo ortaggi: insalata, sedani, pomodori. Era la mia. Ci stavo con mia moglie. Ci eravamo sposati da poco, appena passata la guerra".
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