Quandoma
"Quando mai c'è stata innocenza!" si affrettò ad esclamare Francesca.
"In termini assoluti, non saprei; in termini relativi però ci siamo via via corrotti, guastati".
"Non è sbagliato quello che dici" intervenne Lisa annuendo "dopo tutto la storia dell'uomo è quella di un progressivo distacco dalla condizione di natura. In tutto questo tempo ci siamo dati dei ritmi, delle leggi, delle regole di vita che non tengono più conto di quelli che sono i tempi e gli ordini naturali".
Ormai da tempo le mie riflessioni sull'uomo erano improntate a un oscuro pessimismo, in questo confortato da Francesca con la quale dividevo i miei pensieri. Avevo abbandonato qualsiasi benevolenza nei confronti di Rousseau e mi ero avvicinato a Machiavelli e Hobbes. Per di più andavo approfondendo anche la conoscenza del Marchese de Sade, e la sua razionale follia mi mostrava come neanche la ragione potesse lenire l'orrore necessario della storia e il dolore dell'esistenza. Naturalmente non potevo consentire con l'opinione dei due amici. Pensavo piuttosto che se l'uomo fosse rimasto fedele alle leggi della propria natura, ai suoi istinti più immediati, oggi ci saremmo trovati a vagare in una condizione permanente di rischio mortale. In senso fisico, voglio dire. Non avremmo avuto remore ad aggredirci, a violentarci l'un l'altro, ad ucciderci.
"In effetti è quello che facciamo" osservò Lisa.
"Ma in modo mediato" replicai "con degli spazi di sicurezza. Il pericolo nucleare, faccio un esempio, produce angoscia intellettuale prima che fisica; non lo percepisci coi sensi, non è come se vedessi un altro davanti a te che digrigna i denti e vuole ucciderti. Questo ci permette di vivere senza preoccuparci eccessivamente della nostra incolumità fisica, con una paura meno sensibile della morte".
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