PROLOGO
La storia di Stefano e
Lisa, per quanto straordinaria, ebbe origine da uno
scherzo del caso, da una sorta di coincidenza che avrebbe
poi segnato il loro destino, turbando profondamente la
mia vita e quella di Francesca.
Allora abitavamo, Francesca ed io, in
un appartamento un po' fuori città, che era stato
ricavato da una soffitta al quinto piano di un palazzo.
Aveva tre minuscole stanze, più basse del normale, con
delle finestre messe in alto che davano sui tetti, ma
aveva anche una terrazza da cui si scopriva un orizzonte
vastissimo e dove salivo a leggere quando il clima e il
vento me lo permettevano.
Proprio lassù, in un pomeriggio di
primavera in cui l'aria particolarmente limpida faceva
arrivare l'occhio fino alle creste del Pratomagno -
ricordo che stavo rileggendo un canto del Furioso
- mi ritornò alla mente la storia dei nostri due amici,
del resto recente e ancora spaventevole a pensarci. E
ritornai a interrogarmi se non ci fosse un senso, se
anche la loro avventura non mostrasse una necessità, una
ragione e una forma che la togliessero dal dominio del
caso e di ciò che è inesplicabile e per tale motivo
inconoscibile. Iniziai così di nuovo a ripercorrere i
frammenti di quella vicenda, e nei giorni successivi,
parlandone anche spesso con Francesca, mi adoperai a
ricostruirne i tasselli principali, o almeno quei punti
che la nostra memoria ricordava senza contraddirsi.
Per settimane andammo avanti in quello
sforzo di ricostruzione quasi filologica. Ma spesso,
quando la mancanza di cognizioni ci impediva di stabilire
un collegamento sicuro e reale fra un momento e il
successivo, ecco che ci arrendevamo alla congettura,
interpretando frasi, cercando indizi e simboli nel loro
modo d'essere e pensare, e in tutto ciò che di Stefano e
Lisa ci ricordavamo. Alla fine riuscimmo a mettere
insieme un mosaico che, spinti com'eravamo dall'ansia di
giungere, attraverso gli effetti, alle cause, non ci
offriva quell'immagine perfetta a cui aspiravamo. C'erano
crepe, i contorni erano a volte sconnessi e i colori,
perfetti in sé, sembravano ferire l'occhio quando li si
guardava nell'insieme. D'altra parte, di più non
potevamo fare e ci arrendemmo.
Ma è virtù dei mosaici cambiare
aspetto se osservati da vicino o da lontano. Passarono
diversi anni e Francesca ed io dovemmo trasferirci in un
sobborgo. Non ci capitò più di ripensare così
intensamente a quella vecchia storia. Sì, talvolta ci
sorprendevamo a ricordarne un particolare, o l'effetto
che ebbe su di noi, ma non stavamo a rovellarci più di
tanto: era un modo come un altro per evocare dei ricordi,
un momento della nostra vita insieme. Poi un giorno la
nostra ex padrona di casa, con cui eravamo rimasti in
contatto, ci invitò a pranzo, ed è inutile dire che,
finito di mangiare, non potei fare a meno di salire in
terrazza. Anche quel giorno l'aria era tersissima e si
vedevano perfettamente le rugosità dei monti, e forse fu
proprio quel chiarore a illuminare, all'improvviso e in
modo sorprendente, le pieghe e le caverne della vicenda
che tanto tempo prima mi aveva tormentato.
Non tutto quello che scriverò sarà
vero, né tutto sarà falso. La memoria e la forza del
discorso modificano anche ciò che abbiamo personalmente
sperimentato. Per ciò che appartiene alla vita degli
altri, pertanto, non v'è speranza in noi di verità.
Siamo come colui che traducendo tradisce il libro, non
per dolo o malizia bensì per eterna impotenza e per la
legge necessaria delle cose. Ma nel mare infido delle
congetture, ho ragione di pensare che nemmeno i due
protagonisti, se potessero essere presenti a questa mia
rievocazione, riuscirebbero a tracciare una rotta. Ciò
che scriverò sarà pertanto il quadro nitido e compatto
della vicenda come mi si ripresentò alla mente,
all'improvviso e in tutte le sue connessioni, quel giorno
in cui tornai sulla terrazza.
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