Presidas
Presi da smanie ed euforie i ragazzi non chiusero occhio per tutta la notte, e non appena il giorno cominciò a penetrare dalla serranda mezzo alzata lo accolsero come una liberazione. Una pulsante frenesia li spinse via dal letto, li fece volare in bagno, impacchettare cose e trangugiare cibo con allegro disordine, cantando e zompettando per le stanze in una buffa seminudità da commedia, selvaggi pallidi in mutande. Nel giro di un'ora riuscirono ad essere pronti: vestiti e calzati, le biciclette approntate coi bagagli, i soldi presi, le chiavi prese, il gas chiuso, potevano partire.
A quell'ora la temperatura era ideale. Faceva un po' freddo a stare fermi, ma dopo solo poche pedalate ogni brivido si era già assopito. Uscirono dalla città appena in tempo per evitare il traffico del mattino, percorsero strade ancora sgombre e, in quelle vie dove c'era stato il lavaggio notturno, si trovarono soli in ampi spazi deserti. Senza alcuna fretta pedalavano affiancati, sorridenti e silenziosi come la prima volta che si erano ritrovati insieme, e la prospettiva di uscirne rendeva magici anche i casamenti geometrici e cupi, cosparsi di grate e corrosi dal fumo, di quell'estrema periferia.
S'immersero ognuno nei propri pensieri e Stefano notò d'un tratto mentalmente come fosse mutato il proprio comportamento notturno. Di solito, quando si trovava da solo nel letto, circondato dal buio della stanza, anche col caldo più opprimente non riusciva a dormire scoperto, si sentiva indifeso, offerto in sacrificio a spiriti assassini, o alle mani rapaci della luna. Ma erano tre notti, da quando in pratica dormiva con l'amica, che non provava più tali oppressioni. E se aveva avvertito il bisogno di coprirsi era stato solamente per il freddo, che all'approssimarsi dell'alba gl'increspava la pelle.
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