Perunora
Per un'ora buona dopo il risveglio restarono quasi ammutoliti. La fatica del travaglio notturno gli aveva come chiuso e ovattato la mente. Gli occhi caldi, le palpebre pesanti, ogni muscolo sembrava intorpidito. Per fortuna la strada che avevano davanti almeno per una decina di chilometri era tutta in discesa, e quella prospettiva fu di sicuro conforto al momento di mettersi in sella. Dopo circa una mezz'ora arrivarono a un paese che era posto lungo la strada. C'era poca gente per via e, arrivati a una piazzetta, Lisa propose di fermarsi al bar per mangiare qualcosa e riposarsi un attimo. Al centro della piazza c'era una vecchia fontana barocca corrosa dal tempo e dalle piogge acide e percorsa da viscidi muschi, da alghe smeraldine. Usciti dal bar, vi si sedettero accanto sui freddi gradini dell'ampio basamento.
Lisa girò gli occhi verso il torso monco di uomo barbuto che usciva dalla vasca ellittica. La corrosività dell'aria e della pioggia ne avevano lavato via i lineamenti del volto, abbattuto le braccia, piagato il corpo di fonde incrinature, così che in effetti la statua mostrava un aspetto di vasta sofferenza. Ma il turbinìo di getti dell'acqua che usciva dalle rocce, quel gaio scrosciare, ne nascondeva il sentore di morte, come se da quelle piaghe e da quella distruzione si producesse poi il liquido vitale, generatore di esistenze nuove, multiformi e cangianti.
"Ci muoviamo?"
Il sole lentamente si andava approssimando allo zenith. Giunti a un bivio poco fuori il paese Stefano e Lisa imboccarono la strada a sinistra, che lì per lì sembrava discendere e, a logica, condurre giù al fiume. In realtà dopo pochi metri di falsa discesa, la strada ritornava in piano o saliva leggermente, insinuandosi sempre più stretta fra alte siepi o ripidi greppi cespugliosi e sotto le chiome sempre più basse degli alberi. I due amici avevano come la sensazione di essere entrati in una misteriosa galleria vegetale, fresca di vita al riparo dalla ferocia del sole e stillante di fertili umori. Ogni tanto un'apertura sul fianco di quel cunicolo buio, dove i raggi del giorno penetrando fra i rami e le foglie producevano guizzi e fiammelle negli occhi, rivelava la mole consunta e terrosa di un vecchio casolare, vuoto e deserto all'apparenza, ma per mille indizi abitato da una vita silenziosa e discreta. Non c'era anima viva di uomo o di donna a dare conforto a quella solitudine, e il silenzio dei luoghi era interrotto soltanto dal fracasso delle cicale. Lisa e Stefano avanzavano con lentezza, guardandosi attorno attentamente, con curiosità, affascinati da quella reclusione e come timorosi di qualche evento improvviso. Ma pian piano li colse un disagio profondo e silenzioso, quasi che nell'intrico vegetale si mostrasse una vita a loro estranea, e cominciarono a sentirsi oppressi dal desiderio di fuggire da quel cunicolo verde e dal viscido senso di freddo che ne promanava.
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