Parlando

   Parlando e confortandosi a vicenda percorsero un paio di chilometri girando lentamente intorno a un colle, che come un basso promontorio o una mano di terra s'appoggiava a un lato della valle. Dopo un'ennesima ampia curva il viottolo sbucava su una piccola strada asfaltata e poco lontano, seminascosta da una macchia d'alberi fronzuti, s'intravedeva la sagoma scura di una casa. Le ultime pedalate di avvicinamento furono lente e silenziose e i due ragazzi, infine, si fermarono a osservare lungamente quella solitaria abitazione. Era una vecchia costruzione quadrata a due piani che sembrava nata dal suolo stesso su cui poggiava, tanto il suo colore assomigliava a quello delle zolle dei campi circostanti. Un tempo doveva essere stata una casa colonica, ma un'opera sapiente di restauro e modifica l'aveva ormai mutata in una sorta di mausoleo. Non fosse stato per qualche gallina che razzolava nello spiazzo antistante e per i panni stesi al sole, tutto appariva immobile in quel luogo. Le tre finestre del piano superiore erano aperte e d'un tratto, da una di esse, si sentì provenire una voce di donna che cantava e un aprire e chiudere di sportelli. Stefano suonò il campanello, incoraggiato dall'amica che era rimasta sulla strada. La donna tacque un attimo, poi gridò:
   "Hanno suonato, vai tu?"
   Da un'altra finestra comparve agli occhi increduli dei due ragazzi la faccia rugosa di Martino.