Moltimes

   Molti mesi più tardi, dunque, anche Francesca ed io ci imbattemmo in Martino, né ci sembrò diverso da com'era già apparso ai nostri amici. Il tempo, se non lo studio o gli errori, è solito smussare ed addolcire ogni fervore, ogni oscura ossessione di cui l'animo soffra e si disperi. Ma l'insania del vecchio, l'angoscia tormentosa e visionaria, la furia cespugliosa che l'inseguiva fin dai tempi del delitto, non si erano calmate in quel frattempo. Segno, pensammo, che la sua mente ricordava, e che avrebbe potuto aiutarci a ricostruire almeno qualche immagine di ciò che andavamo cercando. Così ci assoggettammo ad ascoltare il suo racconto, restando stupefatti dalla facoltà di quell'uomo d'imprimere alla recita della propria vita un tono appassionato di realismo e nel contempo, fra gli spasmi e i terrori, il graffio muto dell'allegoria. Sembrava un Pulcinella esaltato, scavato dagli anni e tuttavia sanguigno, vigoroso nel gesto e inesorabile nella cieca visione profetica.
   Evitammo di contraddirlo, lasciandolo parlare e predicare citare e minacciare, sdegnarsi e pentirsi. Quand'ebbe finito presi io l'iniziativa.
   "So che lei ha conosciuto due nostri amici che l'anno scorso erano venuti da queste parti" dissi "a fare un giro in bicicletta. Se ne ricorda?"
   "Sì, me ne ricordo" rispose sorridendo "non li ho mai conosciuti!"
   "Ma eppure sono sicuro" insistetti "ha raccontato anche a loro la sua storia, sono anche stati a casa sua!"
   "Ricordo benissimo, sì, sì" e continuava a ridere come se fosse rincretinito "non li ho mai incontrati".
   "Ma guardi" provò Francesca "che noi siamo davvero loro amici!"