Matuseis
"Ma tu sei scemo!"
"Vogliamo controllare?"
Lisa abbassò il viso, lanciò un'occhiata un po' maliziosetta all'amico e infine ammise la propria sconfitta.
"Oh insomma, se incontrassimo un pastorello vorrai lasciarlo a me, spero!" Si avvicinò all'amico, lo baciò su una guancia e, presolo per mano, andarono insieme alla pozza a rinfrescarsi e risvegliarsi dagli incubi della notte.
"Sarà fredda per tuffarci" osservò Stefano.
"Fossi matta a spogliarmi! Magari è ancora laggiù quello di ieri".
"Chi dici che spiava, me o te?"
"Non so, ma non mi va di scherzarci".
La mattinata trascorse nel riposo e in una vaga incertezza. La frescura dell'ora li indusse infatti ad indugiare in quel luogo, desolato ma pur vivo e gradito per l'umida vena invisibile che ne percorreva le pieghe più basse. I timori della sera e gli incubi notturni col rinnovarsi del giorno apparivano remoti e risibili, e gli alberi lontani di là dal fiume divennero soltanto un invitante ricettacolo d'ombre. Così smontarono la tenda e, inoltrandosi a fatica nella bianca pietraia, guadarono il fiume e passarono dall'altra parte.
I cespugli che la sera precedente li avevano spaventati paralizzandoli nell'acqua, ora che si avvicinavano sembravano davvero poca cosa. Quel verde cupo e compatto non era che intrico di sterpi e di rovi, radicati ad un suolo seccato e agonizzante. Stefano ebbe come la sensazione che a romperne un ramo ne sarebbe stillato un nero sangue vischioso, e qualche voce disperata avrebbe alzato un inutile lamento, ma non disse nulla all'amica. Lisa dal canto suo appariva perplessa, e cominciava a chiedersi se ci fosse un modo per passare quel muro di rovi ed entrare nel boschetto. Trovato infine un varco, legarono l'amaca a due tronchi e, benché il sole penetrasse fra le rade foglie, vi si stesero insieme.
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