Maeveroe
"Ma è vero! E' mille volte vero!" proruppe lamentoso. "Ogni umano peccato è il mio medesimo peccato, e quando un uomo uccide sono io che uccido, quando un uomo si macchia d'incesto sono io che insulto la mia stessa carne..."
Stefano e Lisa lo lasciarono dire, anche perché dalle parole di Leonardo era scomparsa la febbrile esaltazione della sera prima. Il tono era accorato, la sua disperazione era assoluta ma la mente, pur nell'assedio audace delle furie, era tuttora salda. La sua visione interiore aveva illuminato all'improvviso un universo cupo e senza centro nel quale si era perso. Ed ecco che tentava di ritrovarne un ordine, per quanto diabolico fosse. Ci provava da tempo e quello sforzo, confuso e superbo, gli aveva quasi demolito l'anima.
"E insomma ve ne andate?" chiese infine cessando quel suo farneticare.
"Vogliamo risalire un po' il fiume, trovare dei posti un po' meno addomesticati" fece Stefano. "Poi, a una quindicina di chilometri da qui dovrebbero esserci delle tombe preromane".
"Comunque è meglio se non dormite nel bosco".
Stefano ebbe un moto di stizza. "Ma non è giusto!" replicò istintivamente e in modo ingenuo, contraddicendo la sua stessa ragione.
"Sì, insomma, avremo pure il diritto di farci gli affari nostri!" insorse Lisa.
"Neanche voi siete innocenti" ammonì il prete in tono dimesso e senza gran convinzione.
"Tuttavia" osservò Stefano "siamo in giro da tre giorni e non ci è successo niente". Ma era come se cercasse di farsi coraggio, di indurre se stesso a un'evidenza di cui non era per nulla persuaso.
Finirono la colazione in silenzio, Leonardo percosso dai suoi tremiti, Stefano e Lisa imbarazzati e desiderosi di andarsene. Uscirono di casa senza che lui se ne accorgesse, perso com'era dietro agli spettri delle sue visioni, imbambolato nel dubbio, incapace di discernere, nella propria ciclica tragedia, le differenti modalità del male e distinguerne il peso e l'orrore.
Riprese le biciclette, si lasciarono andar giù per la tortuosa discesa.
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