Machefas
"Ma che fa?" sussurrò Lisa all'amico, lui pure perplesso e incuriosito.
Il prete tornò indietro dirigendosi verso la canonica. Evidentemente, perduto nei suoi tremiti e soprappensiero, era andato nella direzione opposta. Ripassando davanti alla chiesa si accorse di Stefano e Lisa seduti a mangiare e, fermatosi ancora di colpo, prese a contorcersi le mani e degli spasmi impercettibili gli percorsero gli occhi e le labbra. Aveva una figura spaventevole: magrissimo ed alto, il capo rasato quasi a zero, dalla tonaca nera e sgualcita spuntava un pallido teschio e due mani anch'esse ossute e bianchissime. Lunghi anni di dura prigione sembravano aver modellato quel corpo penitente.
"Buon giorno!" lo salutarono i ragazzi, cercando di sorridere e mostrandosi cordiali.
La diafana nera figura fece qualche passo verso di loro, provò ad accennare anch'egli un sorriso poi, fattosi più confidente, si decise ad avvicinarsi. Pur nella debilitazione del corpo non dimostrava più di quarant'anni e, con i lineamenti meno tesi, il terrore gli svaniva dal volto lasciando il posto a un'aria ascetica che si confaceva alla solitudine del luogo. Ma poi la barba lunga di tre giorni, biondiccia e trasparente, la tonaca in disordine e cosparsa, qua e là, di macchie e sdruciture ne riconducevano l'aspetto a quello dell'umano dolore e dell'angoscia.
"Scusate" provò a dire "scusate il mio stupore, ma non viene mai nessuno. Eppure la strada è bella, e anche... e anche la chiesa". Non sapeva più che dire. Girò il capo verso la canonica, poi tornò a guardare i ragazzi, chiaramente imbarazzato.
"Possiamo rimanere qui a mangiare?" fece Stefano tanto per dire qualcosa.
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