Lisasigu

   Lisa si guardò intorno. "Siamo in un labirinto" sospirò.
   L'amico tentò di rincuorarla. "Ne usciremo senz'altro" disse "oramai siamo salvi. Dobbiamo solo trovare qualcuno: una casa, un telefono..."
   "Avevi ragione, sai, non è cambiato proprio niente qua fuori". Nella voce della ragazza traspariva un quieto sconforto che si trasmise subito anche a Stefano.
   "Chissà" le disse "magari siamo noi a non capire; magari abbiamo sbagliato tutto fin dall'inizio".
   "E' che sono successe tante cose, e tutte insieme, e ho una grande confusione in testa".
   Guardandosi intorno vedevano soltanto ulivi e vigne, ma nemmeno il simulacro di una casa. Anche i rumori e i suoni, sotto il sole ormai alto ma come indebolito e fiacco, erano sempre quelli di un mondo indifferente e vasto, né amico né ostile, dove ciascuna forma, da quella calcinosa delle pietre, a quella frantumata che si sentivano dentro, a quella indecifrabile degli dèi, pareva vorticare in una danza silenziosa e immobile ai sensi, ma turbinosa, pulsante e dissoluta nel profondo. Una danza invisibile alla fine della quale, lo sentivano, c'era l'oblio: il disfacimento delle forme e la mortale entropìa degli spiriti.
   "Sento che ancora non siamo al sicuro" disse Lisa rabbrividendo "è strano: finché ti guardo, ti abbraccio, ti parlo, va tutto bene, ma basta che io giri un attimo gli occhi, che mi guardi attorno, e ricomincio subito a tremare e ad avere paura. Andiamo via, ti prego! Troviamo qualcuno!"
   "L'unica cosa che possiamo fare è andare avanti a caso. Da qui non si vede niente e nessuno".
   "Qualunque cosa, ma muoviamoci. Alla fine si sbucherà pure da qualche parte" insistette Lisa.