Lisanons

   Lisa non stette troppo a interrogarsi sul senso di quella risposta e tornò a insistere e a blandirla. "Che importa! Tu daglieli lo stesso. Vedrai che sarà contenta, vedrai!"
   La bimba guardò i pochi fiori rimasti, sorrise e saltellò giù per il prato diretta dalla madre. Stefano e Lisa tirarono un sospiro di sollievo, ma seguendo con lo sguardo quella piccola cosa zompettante e goffa, l'occhio gli giunse all'avvallamento e al cespuglio, e s'impietrì di stordimento. La donna era supina, con le ginocchia piegate, le gambe nude; l'uomo le era sopra, i pantaloni abbassati, muoveva le natiche con scatti rabbiosi, con cieca violenza. Non si guardavano in faccia, ma all'orecchio dei ragazzi giungevano parole smozzicate, turpi frasi, insulti irripetibili e sozzi. Quei due facevano l'amore, se così si può dire; era quella la lotta.
   Avvertirono un senso di pena stringente, si sentirono colpevoli d'aver perpetuato la condanna di quell’animalino perduto, d'averne sancito il destino di dannazione. Giunta accanto ai due che si accoppiavano, la bimba porse i fiori alla madre, fermandosi a guardarla. Ma quella, da terra, le diede una manata facendola cadere e disperdere il mazzo poi, tra il sibilo e l'urlo, la maledisse e la cacciò.
   "Ma perché non gli meni!" gridò l'uomo che non aveva smesso la sua recita oscena. Per tutta risposta la donna gli sputò sul volto; lui la schiaffeggiò insultandola.
   Lisa e Stefano ricaddero distesi, annichiliti da quella visione di morte. Non riuscirono a fare commenti o a esclamare la propria impotenza. Rimasero in silenzio ad aspettare che passasse il tempo, che quelle voci, portate dalla brezza ignara, mangiate dalla rabbia e dall'odio ma udibili, morissero anch'esse. Si presero per mano, intrecciando nervosamente le dita, respirando profondamente per sentire soltanto il rumore dei propri corpi. Una risata li fece sobbalzare.