Lisaeste
Lisa e Stefano avvertirono nelle parole di Claudia un odio inconciliabile, nutrito e fatto forte da un'oppressione sorda verso gli impulsi giovanili della sua mente fervida. Francesca ed io avemmo poi l'occasione di conoscere questa ragazza straordinaria quando venne nella nostra città per continuare gli studi, e comprendemmo allora come quell'intimo risentimento, quel razionale desiderio di vendetta che l'agitava laggiù nel suo borgo, non fosse il risultato di personali invidie o di illusioni anarchiche, ma fosse la rivolta, covata e bruciante, di un piccolo titano.
In realtà il suo furore non era solo astratto o filosofico, c'era anche una ragione personale, vivida ancora nella brevità del tempo intercorso, che le angustiava il petto. Un suo compagno di scuola che abitava nel borgo, e col quale era nata una certa complice familiarità, era stato visto camminare lungo il fiume e poi inoltrarsi in una macchia con un individuo che da quelle parti godeva fama di corruttore di ragazzi. Il giovane era solito andare a pesca o a cercare funghi, e nessuno quella volta fu testimone di atti innominabili. Eppure si sparsero voci impudiche fra quelle due file di case, calunnie e dicerie volgari a cui lui, naturalmente timido e incline ad appartarsi, non seppe reagire se non con la follia più profonda, la più totale e orribile demenza.
"Adesso è in una clinica, non so nemmeno dove. Negli intervalli dell'insania sembra che gridi e che bestemmi Dio. Non l'ho più visto" concluse Claudia cercando di scuotersi dall'angoscia di quei ricordi.
"Ne eri innamorata?" chiese Stefano.
"Un po'. Lui invece ho l'impressione che lo fosse proprio. Ma non abbiamo mai fatto niente, non ci siamo mai nemmeno baciati..."
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