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   Lisa entrò anch'essa col fiatone e ci salutò lamentandosi dell'ascensore. "Ma è mai possibile che esistano ancora certi trabiccoli!" esclamò. "Oggi la chiave ce l'avevo, mi sono ricordata che ci voleva, ma le dieci lire proprio no!"
   "Ci vogliono ancora le dieci lire per farlo andare?" chiese Stefano.
   "E' una maledetta trappola" osservò Francesca "anche noi tante volte dobbiamo venire su a piedi".
   Parlando durante la cena i nostri ospiti scoprirono di essersi già visti, o meglio incontrati, a un concerto in piazza organizzato da un gruppo politico della nuova sinistra. Non ricordo più se si erano anche parlati, ma evidentemente erano rimasti in qualche modo colpiti l'uno dall'altro, se a distanza di mesi si ricordavano ancora di quel fatto.
   Finimmo anche per rievocare i primi anni di università, la rivoluzione, gli anni settanta, il decennio eroico. E naturalmente a far confronti col presente, con quello che i giornali borghesi propagandavano come riflusso, ritorno all'ordine, fine delle ideologie e delle utopie. Ci stupiva e indignava, soprattutto, l'acquiescenza delle nuove generazioni ai modelli televisivi, il loro desiderio di annientarsi nel consumo delle cose e dei corpi. Io già allora cominciavo a sviluppare una sorta di sdegno aristocratico nei confronti di quel volgo rozzo e docile, che mi sembrava pronto alle imprese più nefande se solo qualcuno da uno schermo televisivo glielo avesse suggerito.
   "Gli Italiani, negli anni trenta" ricordo che osservai fra le altre cose "erano fascisti ben più di quanto oggi siano democratici. C'è voluta una guerra mondiale per fargli aprire gli occhi. E anche adesso basterebbe che qualcuno prendesse il potere e riuscisse a tenerlo qualche mese..."
   "Secondo me" cominciò a dire Stefano "è un problema dovuto alla nostra perdita dell'innocenza".