Lefrasic
Le frasi contratte, così come i gesti, il tono giustificatorio della voce, via via che si evolveva il suo racconto mostravano una pena che cresceva, lontana nel tempo e pur viva nella carne, un dolore inarrestabile, inobliabile che prorompeva spietato da quelle labbra, da quelle mani inerti. I due amici notavano infatti come le parole del vecchio forzassero quasi la sua volontà di non dirle. Visibilmente Martino era in preda a una sorta d'ispirazione, divina o diabolica, che lo induceva a emettere quelle frasi, a muovere le mani e ad atteggiare il volto, senza però che gli occhi, fattisi spenti e disperati, assecondassero il fervore del racconto.
La sua era la storia di un delitto infame, ignobile come soltanto l'assassinio può esserlo. Vicino alla sua terra abitava un parente che aveva delle pecore e talvolta, poiché non c'era un recinto, qualche animale sconfinava, brucando gli ortaggi e sconvolgendo l'orto.
"Quello mi diceva: 'Ti ripago, ti ripago, prendi un agnello, i miei soldi, ti aiuto a ripiantare tutto'. Ma io ero sconvolto dalla rabbia. L'odiavo, ero violento, cieco, volevo la sua rovina, distruggerlo nel corpo. Gli ho tirato dei sassi, la seconda volta gli ho scagliato contro un'ascia, colpendolo al piede e lasciandolo storpio. Lui poveretto era buono, forse era pure scemo, non m'ha mai detto niente". La terza volta, infine, lo aveva massacrato col fucile e, in preda a un'orgiastica furia, ne aveva sparso il corpo col piccone.
Via via che raccontava, l'angoscia diveniva più evidente nel tremito della voce e nello smarrimento degli occhi, ogni argine alle frasi del ricordo gli si era fatto vano e l'urgenza insopprimibile delle parole lo aveva sopraffatto. Stefano e Lisa cominciarono a temere che fosse lì lì per venir meno, soffocato dalle immagini stesse che lo tormentavano e gli urlavano dentro. Poi, quando ebbe confessato il crimine, dopo lo schianto finale ci fu un momento di tregua. Gli spasmi delle membra gli cessarono, la voce gli tornò profonda e sommessa ed egli riscattò la propria immagine offesa.
|