Lastrada
La strada era tutta un saliscendi, con lunghe salite, brevi discese e tratti in falsopiano. Ma camminare non li disturbava; gli permetteva anzi di avvicinarsi al ritmo di quei luoghi, di fermarne le immagini quotidiane e di osservarne l'ordine antico. Tant'è che Lisa tirò fuori la macchina fotografica e cominciò a scattare qualche foto.
Fecero più strada di quanto avessero preventivato. Presi dalle cose attorno a loro, da quella vita vegetale e tellurica che attraversavano in silenzio, fecero una trentina di chilometri senza quasi accorgersene. Eppure si trovavano in alto per le loro possibilità, a più di cinquecento metri. Ma evidentemente la dolcezza del clima collinare gli aveva risvegliato i muscoli e i polmoni.
Giunti a una sorta di passo decisero di fermarsi e riposarsi un poco. Il posto in effetti invitava alla sosta: degli ampi prati soleggiati fiancheggiavano la strada e più avanti c'era un boschetto di abeti e cipressi. Ma il sole non era così feroce come giù in basso, in città, e sul prato potevano stendersi e riposarsi oltre che mangiare. L'erba era abbastanza alta ma in parte bruciata dalla lunga arsura, e spingervi le biciclette fu assai difficoltoso. Gli sterpi s'insinuavano nei raggi, entravano fra i denti e la catena, e le zolle, crepate e indurite dal sole, erano ostili ai piedi e alle ruote. Con un qualche affanno giunsero alla sommità del prato e, dopo aver percorso con gli occhi l'orizzonte, in parte chiuso da altri colli e dagli alberi, in parte vastissimo e lucente verso la valle per la stagnante caligine meridiana, deposero le biciclette e sedettero a mangiare. Il prato, soffice a vederlo dalla strada coprire il pendìo, appariva adesso solcato da abrasioni, devastato nella sua anima erbacea da ferite legnose, da un fuoco incombusto e sotterraneo che ne consumava i succhi, ne seccava le linfe. E tuttavia nell'erba diradata e spesso vizza o spezzata e tramutata in paglia, qualche raro fiore settembrino, sparute farfalle e il guizzo frusciante delle lucertole davano notizia di un vivere ancora laborioso fra quella sofferenza. E anzi pareva che quella debole vita fosse possibile proprio grazie a tale vasto soffrire.
|