Lamicono

   L'amico non si trovava in condizioni migliori. Nel parlare le labbra gli tremavano in modo sensibile e le gambe, pure indurite dall'esercizio di quei giorni, sembrava lo volessero mollare da un momento all'altro. Dopo qualche decina di metri la stradina s'infilava in una macchia d'alberi e cespugli e, a passi lenti, osservando che nessuno vi fosse a spiarli, trascinarono le biciclette verso quel riparo. Giunti alle prime frasche e ai primi arbusti, riudirono un rumore dalla strada.
   "Rieccoli! Nasconditi!" Stefano tirò l'amica verso di sé, cercando di occultarla dietro un fitto cespuglio. Misero a terra le biciclette e si accucciarono stretti l'uno all'altro.
   "Ci hanno visti!"
   "Zitta!" Stefano bevve un sorso d'acqua dalla borraccia che aveva a tracolla. "Ne vuoi?" Lisa fece cenno di no, nervosamente.
   In effetti dalla macchina dovevano aver visto qualcosa, perché avevano improvvisamente rallentato. Col cuore in gola, i ragazzi la videro avanzare lentamente fin quasi all'incrocio con la stradina e poi fermarsi.
   "Oh Dio, adesso girano! Girano, lo so!"
   Lisa non aveva quasi finito di dire il suo terrore che l'auto effettivamente aveva imboccato la via sterrata e si faceva avanti traballando e occupandola tutta. Si sentirono persi, ma pure in un estremo tentativo di salvezza si alzarono di scatto, ripresero le biciclette e s'infilarono più addentro alla macchia. In realtà si trattava di un ben misero nascondiglio, ché fatti pochi passi la stradina si apriva in uno spiazzo circolare di una quindicina di metri, e gli alberi attorno erano talmente radi che non offrivano il minimo riparo alla vista. Scoraggiati e sconfitti, decisero pertanto di aspettare. Magari volevano solo scusarsi, vedere se si erano fatti male, spiegare lo scherzo. Tutto gli appariva assurdo e irrazionale, un disordine assoluto di cause e di effetti che gli impediva di prevedere alcunché, di scorgere in quel gorgo di eventi un'immagine, sia pure nebulosa, di salvezza.