Lamacchi

   La macchina sbucò furente tra gli alberi e aggredendo la terra con le ruote si arrestò di colpo fra la polvere, da un lato dello spiazzo. Il muso puntato verso di loro fece temere ai ragazzi che avrebbero tentato ancora d'investirli. Con circospezione, senza perdere d'occhio l'auto che continuava a ronzare cinque o sei metri più avanti, depositarono le biciclette a terra e si tennero pronti a fuggire a piedi. Ma erano come impietriti, non avevano la minima idea di cosa fare, di come respingere quella violenza, e col passare dei secondi la confusione delle loro menti cresceva fino a farsi dolorosa, fino a soffocargli ogni pensiero ed a graffiargli il cuore.
   "Avevi ragione" riuscì a mormorare Lisa senza quasi muovere le labbra "c'è qualcuno che fa delle foto".
   Gli occhi sbarrati e fissi verso l'automobile, a controllarne le mosse eventuali, avevano percepito al di là del parabrezza abbrunato la presenza di due individui, il conducente e un passeggero, dei quali quest'ultimo sembrava tenere davanti alla faccia un apparecchio fotografico. Trascorsi un paio di lunghissimi minuti il motore si spense e, dalle portiere di colpo spalancate, balzarono fuori gli occupanti, un uomo e una donna, la cui apparizione non fu di alcun sollievo. Lui, il conducente, dimostrava una quarantina d'anni, di statura normale, con un po' di pancia e leggermente stempiato, vestiva come un rappresentante di commercio, in mezze maniche per il caldo e con un paio di occhiali dalle nere lenti a nascondergli gli occhi. Portatosi di fianco allo sportello aperto vi si appoggiò con un braccio, lasciando penzolare la mano inguantata di pelle ed infilando l'altra nella tasca dei pantaloni. La donna poteva anche essere sua moglie. Magra e slanciata, pallida, era vestita con sobria eleganza, in gonna stretta al ginocchio, d'un grigio scuro come i pantaloni dell'uomo, la camicetta chiara, i neri capelli raccolti sopra il capo. Nel pallore del volto risaltavano in modo inquietante le grosse labbra ricoperte da uno spesso rossetto color sangue. Era lei che reggeva in mano, non una macchina fotografica, ma una piccola videocamera portatile.