Lafrescu

   La frescura si rivelò ben presto un'illusione effimera. Rapidamente il disco solare si eresse spietato sull'orizzonte piovendo sale e disagio, e le povere chiome degli alberi non erano uno schermo sufficiente per quel fuoco audace. Stefano e Lisa cominciarono a sentire dalla crosta polverosa della terra un alito tellurico e secco, una silenziosa combustione cullata dall'urlo delle cicale che mise loro addosso una smania soffocante. Dopo nemmeno un quarto d'ora discesero dall'amaca e si misero a vagare fra i tronchi, silenziosi e svagati, oppure all'improvviso attenti, come se tra quella polvere morta avessero trovato delle tracce o qualche misterioso indizio. A un certo punto trovarono qualcosa per davvero. Fu Lisa che riavvicinatasi al muro di rovi vi scorse per terra un giornale gualcito e colorato.
   "Qui c'è stato qualcuno" fece a Stefano che era qualche metro più indietro "vieni a vedere".
   Si avvicinarono curiosi e scorsero altri oggetti ed altri segni di presenza umana. La polvere del suolo sembrava come pettinata o schiacciata da una compressione, quasi che qualcuno vi avesse deposto una stuoia o un foglio di cartone e vi si fosse poi disteso sopra. Intorno all'area compressa, oltre al giornale c'erano anche dei fazzoletti di carta, uno dei quali macchiato di sangue, poi una piccola, sottile siringa di plastica, anch'essa con tracce di sangue al suo interno, dei mozziconi di sigaretta, alcuni con tracce cospicue di rossetto, e infine un involucro di cellophane che dalla forma doveva aver contenuto una cassetta per mangianastri. La prima reazione di entrambi fu un'aria schifata per quei rifiuti abbandonati incivilmente lì fra gli alberi, ma subito furono indotti a collegare quei resti ai movimenti furtivi della sera prima.
   "Due che si sono fatti una pera" osservò Stefano cercando di ostentare distacco e indifferenza "poi magari hanno anche scopato".
   "Voglio vedere..." Lisa si chinò a raccogliere la siringa.