Ladisces
La discesa fu dolce e tortuosa, con dossi e avvallamenti e panorami frequenti sulla valle. Come percossi da una rabbia impotente i due amici si lanciarono sulla strada granulosa e liscia, esalante vapori d'asfalto e di pece, con l'occhio fisso alle curve ed ai dossi e senz'altro pensiero che la fuga. Nessun panorama, nessuna delizia naturale o campestre li scosse da quell'attento torpore e dal cupo silenzio della voce. Dopo alcuni minuti, poco più di un attimo, si ritrovarono in fondo alla discesa, e il lavoro rinnovato dei muscoli e lo sforzo delle gambe gli addolcì la tensione.
La strada adesso proseguiva piatta a costeggiare il fiume, che nascosto, nel pigro serpeggiare di acque deboli per le piogge assenti ormai da mesi, oltre i campi e i filari di piante s'intuiva per qualche macchia di pietraia che talvolta si scopriva alla vista. Già fiaccati nello spirito, l'afa del pomeriggio prostrava le membra ad entrambi. Così pedalavano lenti occhieggiando qua e là se vi fosse un rifugio, un boschetto o soltanto un albero annoso sotto cui trovare riparo e ristoro. Pian piano le pene del corpo smorzarono quelle dell'anima e Stefano e Lisa ritrovarono il sorriso nella spossatezza. In realtà non avevano poi fatto molta strada e, tranne quell'umido budello vegetale che aveva risalito un colle, erano andati quasi sempre in discesa. Ma il calore caliginoso di quel fondovalle toglieva adesso il fiato. In fondo ai rettilinei le poche macchine che incrociavano erano come reduplicate da liquide fate morgane e il chiasso martellante delle cicale era l'unico grido di vita in quel vuoto purgatorio.
In capo a una mezz'ora arrivarono a un centro abitato, due file di case ai bordi della strada, anch'esso vuoto in quell'ora sonnolenta. Se non altro, fra le facciate crostose e impolverate ebbero un primo sollievo dall'arsura e, trovato un rozzo sedile di cemento sul ciglio della strada di fianco alla serranda abbassata di una drogheria, scesero di sella a godere per qualche minuto dell'ombra innaturale delle case. Bevvero lunghe sorsate dalle borracce ormai calde, si spruzzarono i capelli e la faccia e la schiena per mescolare l'acqua col sudore e si lasciarono cadere sul sedile con aria disfatta. Levando gli occhi dal ciglio polveroso della strada, ebbero come l'impressione che dietro le finestre chiuse delle case di fronte avvenissero dei gesti impercettibili, dei movimenti silenziosi e astuti di mani, di visi e di labbra indefinibili, e che degli esseri cavernosi, pallidi per lunga intimità col buio, li stessero osservando con sospetto, pronti a difendere il proprio ordine notturno. Frattanto, l'azione combinata dell'ombra, dell'acqua sui capelli, di un vento sottile e costante che si era messo a spirare fra le due file di case, e infine di quell'oscura sensazione, cominciò a dargli dei brividi epidermici. Lisa si strinse nelle braccia massaggiandosi la pelle d'oca.
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