Ilpassag
Il passaggio risultò appena più alto delle biciclette e, seppure con disagi e imprecazioni, un quarto d'ora più tardi erano entrambe appoggiate a una parete laterale.
"Facciamo luce o sarà pericoloso?"
"Tu prova a accendere" rispose Stefano "io faccio un'arrivata fuori a controllare se si vede".
Così, mentre Lisa tirava fuori il lume da campeggio e l'accendeva, lui uscì dal pertugio allontanandosi tra i cespugli. Neanche un barlume, per quanto si sforzasse a individuarne l'alone, riusciva a pervenirgli fino agli occhi. L'oscurità, l'occultamento nelle viscere della terra, la protezione che finalmente la natura sembrava offrirgli diedero a Stefano un senso di sollievo che volle subito dividere con l'amica. Ma il pensiero di Lisa lontana dai suoi occhi gli diede un brivido ghiaccio alla schiena, l'orribile impressione che ombre ostili, uscendo dai cespugli, l'assalissero con mani sozze e invisibili. Ebbe ad un tratto coscienza d'essere perso, lui solo nella notte, lei in altro luogo, vicina eppure separata, e in quella distanza sentì per un attimo l'ala gelata della morte. Si precipitò dentro.
"Ci hai messo tanto, ho avuto paura" lo accolse Lisa trepidante, uscendo dall'ombra di un angolo con il coltello in mano "si vede niente?"
"No, no" si affrettò a risponderle lui "anche fuori c'è da avere paura. Dobbiamo rimanere insieme".
Al debole chiarore della lampada quell'ambiente sotterraneo si rivelò un ricettacolo spazioso e confortevole, benché inquietante e tetro per certe sue caratteristiche. Era un cubo schiacciato da una bassa volta distante dal suolo non più di un paio di metri. I lati, lunghi una volta e mezzo la propria altezza, finivano in un alto gradino, piuttosto simile ad un rozzo sedile, che percorreva tutto il perimetro della stanza e, come ho già accennato, apparivano traforati da piccole nicchie regolari e slabbrate. Non ci volle molto a Stefano per rendersi conto di dove si trovassero.
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