Futalela

   Fu tale la frenesia che li colse che Stefano, afferrata la bicicletta e tentando di trascinarla fuori dall'erba sul sentiero, inciampò in un pedale e cadde nella guazza, sparpagliando sul prato qualche oggetto che gli uscì da una borsa. Non stette a perdere tempo a raccattare quelle cose di poco conto, ma imprecando a denti stretti e senza neanche ripulirsi dal fango, riprese subito la sua corsa rabbiosa insieme all'amica. Ancora una volta scelsero istintivamente la via più ardua e, invece di proseguire in discesa lungo il sentiero che probabilmente li avrebbe riportati sulla strada, decisero di tornare sui loro passi e di spingersi su per la china, in modo da arrivare in cima al colle e quindi proseguire nel labirinto dei sentieri. Fu tanta la concentrazione nella fuga, che per tutta la salita non si concessero una tregua né si volsero indietro, quasi temessero che, girando il capo a guardare, l'ira di un qualche dio potesse trasmutarli in contorte statue di sale, coi lineamenti deformati dalla fatica e dall'orrore.
   Giunti alla sommità del colle si fermarono a riprendere fiato, e poterono vedere che il sentiero, dall'altra parte, scendeva dolcemente e in ampie curve frammezzo a una campagna coltivata folta di viti e di ulivi, mostrandosi non più fangoso ed aspro e impraticabile alle ruote, ma compatto e bianco, punteggiato di ciuffi nel mezzo ma aperto ed ospitale nella fuga. Finalmente trovarono la forza di voltarsi per dare un'ultima occhiata alla radura e alla tenda.
   "Dovremo avvertire qualcuno, bisognerà telefonare alla polizia".
   "Aspetta! Guarda!" esclamò Lisa. "Arriva gente".
   "Non facciamoci vedere" e andarono a nascondersi dietro degli alberi restando ad osservare.