Fuilchia

   Fu il chiasso variopinto degli uccelli, che gli giungeva dal cunicolo, a dirgli che la notte era oramai passata e dovevano prepararsi a riaffrontare il bosco ed i sentieri. Usciti dal rifugio, quasi tornati a nuova vita, si fecero strada a fatica attraverso i cespugli carichi di pioggia, trascinando le biciclette su un morbido tappeto vegetale che spesso cedeva sotto il peso delle ruote e si apriva in solchi slabbrati di fango. Il ribollire canoro delle frasche, paragonato al cupo silenzio della sera prima, dava ancora più forza e in certo senso confermava la sensazione di un qualche cambiamento, di uno sconvolgimento addirittura, che durante la notte fosse trascorso sulla terra addormentata. Il sole, che da poco si era alzato sopra il colle, non presentava l'aspetto adirato dei giorni precedenti e l'aria intorno non emanava miasmi, non sollevava croste e polvere, ma nell'umido spesso del mattino aveva l'odore intenso del sottobosco. In quel tripudio di luce, di piante e di gocce per un attimo gli dimorò nella mente, ancora torpida di sonno e dei piaceri carnali, l'idea stravagante che per il loro atto d'amore consumato nel ventre della terra tutta la natura circostante fosse tornata a nuova vita, che il sacrificio della ragione, la rottura del patto, la resa, volontaria od obbligata che fosse, agli istinti magnetici del corpo, dovessero obbedire ad un destino di cui erano ignari, che presiedeva all'armonia e all'equilibrio del mondo. Divenuti amanti e scoperta nell'amore la propria personale armonia, Stefano e Lisa avevano l'impressione che tale loro equilibrio interiore l'avessero trasmesso a tutto quanto si agitasse e gli vivesse attorno.
   Dopo qualche fatica riuscirono a ritrovare la radura da cui si erano allontanati al calare della notte. In fondo al grande spiazzo verde, sulla sinistra, ai margini del bosco scorsero una macchina e una tenda di campeggiatori, e quella vista fu come una conferma dell'euforia che avvertivano.