Franedio

   Francesca ed io provammo, qualche tempo dopo, a chiarire il mistero di quel prete. Era il periodo in cui, ancora turbati dalla loro avventura peraltro recente, ci interrogavamo con ostinazione sul senso profondo di quel viaggio, per ritrovarne l'ordine formale, anzitutto, ma pure per sondare se nella causalità imprevedibile delle azioni, se nei simboli e nelle allegorie che gli si manifestarono vi fosse una necessità, vi fosse un invisibile destino (anche soltanto la follia di Dio!) che solo a posteriori avrebbe acceso la propria cupa geometria di morte.
   Ma Leonardo non poté darci alcun aiuto, ché quando arrivammo nello spiazzo e scendemmo dalla macchina ci accolse uno spettacolo di stridente desolazione. La porta della pieve era divelta e all'interno, nella spessa penombra, si distinguevano sui muri arcani segni tracciati con vernici che parevano sangue: stelle, cerchi, pentagoni e figure o lettere che in altri tempi accompagnavano i riti oscuri della magia. Non c'era più traccia di sacre suppellettili, ma solo scabre superfici, un pavimento sabbioso e un ruvido altare di pietra. Qualcuno doveva avervi acceso dei fuochi, poiché in due o tre punti delle navate laterali se ne vedevano i resti e, quando le nostre pupille si furono conformate a quella semioscurità, vedemmo che il pavimento era cosparso di sterco secco di pecora. Quella desolazione blasfema e i segni soprannaturali tracciati alle pareti ci misero addosso un'oppressione insostenibile che ci costrinse a uscire dalla chiesa. Anche all'esterno, però, la sensazione non era più rassicurante. Guardando meglio la canonica, infatti, ci accorgemmo che pure la sua porta era divelta e che delle finestre, per la maggior parte, non rimanevano che le orbite vuote e sbreccate.