Equestal
"E' questa l'armonia che cercavamo" pensarono entrambi "questa fisica, biologica corrispondenza del corpo con lo spazio che lo circoscrive, questo esserne al centro e avvertirne, coi sensi più riposti, il ritmo che ne guida le movenze".
Un rumore dalla strada interruppe la loro muta contemplazione. Era una grossa macchina di colore grigio metallico, dai vetri affumicati così da non lasciar vedere chi vi fosse dentro, che appena giunta sul tratto che si apriva alla loro vista aveva rallentato sensibilmente, fin quasi a fermarsi. Poi, dopo alcuni metri a passo d'uomo seguita dagli occhi dei ragazzi, riprese la marcia normale scomparendo dietro una curva. Stefano e Lisa rimasero in silenzio a guardarsi, quasi per aiutarsi a capire, poi lei ebbe come un sussulto.
"Ieri mattina, lì dove abbiamo trovato il giornale e la siringa, un po' più in là, c'erano delle tracce di una macchina, non ricordi?"
Stefano scosse la testa. "No" rispose.
"Ma sì, appena fuori dagli alberi" insistette lei.
"Non ricordo proprio".
La sicurezza dell'amico dovette in qualche modo convincerla, poiché lasciò cadere l'argomento. L'animo di lui era in effetti mutato: le cupe sensazioni del mattino, i dubbi, le inesprimibili premonizioni di morte, tutto ciò si era cambiato in una quieta accettazione degli eventi. E pure Lisa, d'altro canto, dopo che avevano lasciato la pieve s'era sentita più calma, pacificata, e aveva infuso la sua pace e il suo razionale desiderio di scoperta nell'amico dubbioso e titubante. Si ridistesero perciò sull'erba sonnacchiosi e indolenti a crogiolarsi al sole, finché non furono attirati da un rumore di passi.
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