Ecosioss

   "E così" osservò Francesca "avete rivalutato la città?"
   "Be' no!" si affrettò a rispondere Stefano. "Cioè, in effetti pensavamo, dopo quello che ci è capitato, che avremmo trovato come un senso di conforto a ritornare a casa. E invece, almeno per me, è peggio di prima. Cioè, mi sento più al sicuro, è vero, ma... non so, non è cambiato niente".
   "Forse l'armonia della natura ha un aspetto terribile che non avevamo considerato" aggiunse Lisa "e tutto quello che abbiamo passato aveva una necessità che non abbiamo capito".
   L'allusione da parte di Lisa al carattere necessario di quelle vicende allora mi colpì come una stravaganza, un modo buffo e discutibile di dare un senso a ciò che non ne aveva alcuno; così vi passai sopra senza replicare. Ma già dal giorno dopo, o forse dalla sera stessa, mi ritornò alla mente con urgenza, e non potei fare a meno di pensare che l'apparente fatalismo dei nostri amici avesse una ragione occulta ma reale, forse fantastica ma profondamente radicata nello spirito. Fu da allora che cominciai a discuterne con Francesca, continuando a farlo per anni.
   Dopo qualche altra battuta vedemmo che forse per quel giorno non avevano più voglia di parlare. Si erano infatti rimessi a giocare la loro partita, sia pure con maldestra imperizia, per cui ci salutammo stabilendo di rivederci l'indomani. (In realtà per diverse settimane ci ritrovammo insieme tutti i giorni, e fu in quella costante assiduità che apprendemmo da entrambi i particolari più minuti della loro avventura.) Così, lasciati soli nel silenzio dell'appartamento, rimasero a scavare con la mente le geometrie della scacchiera, quasi volessero scoprirvi, nell'infinita combinazione delle mosse, le trame di un'allegoria che li tormentava e gli bruciava dentro. Ma nell'intrico degli spostamenti e delle inopinate perdite, s'avvidero ben presto che assai poca consolazione poteva derivargli da quel vagabondare obbligato e involontario dei pezzi.