Eccoilfi
"Ecco il fiume, vedi?" fece Stefano all'amica indicandole col dito l'ampio letto di pietre che nella caligine del mezzogiorno non rimandava alcun riflesso d'acqua. "Dovevamo prendere l'altra strada, a quest'ora eravamo già laggiù".
Lisa si guardò attorno. "Vediamo piuttosto dove si può mettere questa bestiola" osservò "portarsela fino al fiume non mi pare il caso!"
Rifecero alcuni metri indietro e andarono a depositare il riccetto proprio dove finiva la rete metallica. Aspettarono che si fosse allontanato verso l'interno, poi andarono a sedersi dall'altra parte della strada per essere sicuri che non sarebbe ritornato fuori.
"Quel frescolino di prima mi ha fatto venire fame" disse Lisa. "Che posto, eh? E che effetto strano che faceva, no?"
"Però era piacevole". Stefano cominciò ad addentare un panino. "Anche se in effetti dopo un po' cominciava a dare un certo senso di oppressione. Dopo tutto è strano..."
"Tutta quell'ombra, quel buio in pieno giorno, quell'umido appiccicaticcio... Dava i brividi alla pelle. Bello, però!"
Mangiarono in silenzio, soprappensiero. L'essere usciti da quella galleria vegetale produsse in loro l'impressione di avere abbandonato un mondo oscuramente agognato, ma che tuttavia l'istinto induceva a fuggire. L'essere tornati all'arsura, al mondo calcinato dal sole e prosciugato dagli aliti caldi delle brezze gli stava dando un senso di già visto e familiare, di vita consapevole, reale. Tutto ciò parve loro inspiegabile e assurdo. Erano come fuggiti dalla città riarsa per immergersi nel rigoglio della natura, per ritrovarne le armonie nell'immersione corporea, e una volta abbracciati da quella verde intimità, sommersi dall'intrico degli umori, ne avevano avvertito un disagio epidermico, un moto indistinto di repulsione chimica o magnetica. Come se le molecole dei loro corpi fossero state colte da una tellurica agitazione, da spasmi ed isterie, da repentini, per quanto tenui, sismi interiori.
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