Devo dire che, per quanto bizzarro alla ragione, tale convincimento mi trovò, se non concorde, per lo meno disposto all'indulgenza, propenso com'ero io stesso a sostenere che il contatto con ordini diversi potesse mutare l'animo e suggerire all'intelletto figurazioni insolite. Ora Francesca ed io restiamo spesso in casa, usciamo di rado, ma qualche anno fa era facile incontrarci nelle piazze del centro, sotto le logge o presso le fontane a guardare le pietre e a decifrarne le rughe del tempo. In quei luoghi il nostro chiuso mondo d'amore trovava rispondenze in altri mondi sempre più grandi e sempre più ipotetici, finché poi il contatto dei corpi, lo spessore della carne, non ci salvava dalla vertigine. Ho spesso creduto, e in fondo lo credo tuttora, che tali sensazioni fossero dovute al fatto che tra quelle forme visibili della città vecchia e le forme invisibili del nostro corpo, le molecole, gli atomi e le cellule, corressero rapporti matematici, analogie musicali, corrispondenze ignote. E che nello stesso tempo il ritmo del cosmo fosse in esse. Niente di metafisico, intendiamoci. Semplicemente l'idea che la struttura profonda su cui si costruivano quei mondi paralleli, mondi materiali e percepibili coi sensi, il nostro corpo, la città e l'universo intero, fosse la stessa. Ed ero intimamente persuaso che l'impressione calma di benessere che pervadeva me e Francesca quando passeggiavamo per vicoli e piazze si generasse dall'inconscia percezione di quell'analogia. |