Devodire

   Devo dire che, per quanto bizzarro alla ragione, tale convincimento mi trovò, se non concorde, per lo meno disposto all'indulgenza, propenso com'ero io stesso a sostenere che il contatto con ordini diversi potesse mutare l'animo e suggerire all'intelletto figurazioni insolite. Ora Francesca ed io restiamo spesso in casa, usciamo di rado, ma qualche anno fa era facile incontrarci nelle piazze del centro, sotto le logge o presso le fontane a guardare le pietre e a decifrarne le rughe del tempo. In quei luoghi il nostro chiuso mondo d'amore trovava rispondenze in altri mondi sempre più grandi e sempre più ipotetici, finché poi il contatto dei corpi, lo spessore della carne, non ci salvava dalla vertigine. Ho spesso creduto, e in fondo lo credo tuttora, che tali sensazioni fossero dovute al fatto che tra quelle forme visibili della città vecchia e le forme invisibili del nostro corpo, le molecole, gli atomi e le cellule, corressero rapporti matematici, analogie musicali, corrispondenze ignote. E che nello stesso tempo il ritmo del cosmo fosse in esse. Niente di metafisico, intendiamoci. Semplicemente l'idea che la struttura profonda su cui si costruivano quei mondi paralleli, mondi materiali e percepibili coi sensi, il nostro corpo, la città e l'universo intero, fosse la stessa. Ed ero intimamente persuaso che l'impressione calma di benessere che pervadeva me e Francesca quando passeggiavamo per vicoli e piazze si generasse dall'inconscia percezione di quell'analogia.
   Ho detto d'esserne ancora convinto. In realtà, da questa periferia dove ci ha spinto la nostra scarsa propensione al guadagno, la mia visione è un po' mutata. Sono passati molti anni, dopo tutto, e l'animo si è fatto più scontroso. Ma adesso che mi trovo a rievocare quei fatti, non posso fare a meno di consentire, col cuore se non con l'intelletto, a quelle passate convinzioni. Così non replicai alle parole dei nostri amici con argomenti contrari, ma obiettai soltanto che se si parlava della natura umana, di quello che noi siamo nel profondo, allora no, per me la condizione naturale sarebbe stata un peggioramento, non saremmo andati a stare meglio.
   A poco a poco, ormai avevamo finito di cenare da un pezzo e ci eravamo messi a parlare d'altro, la conversazione, probabilmente perché qualcuno aveva tirato in ballo un film o un libro che adesso non rammento, si spostò sull'amore e sul sesso. Benché fosse tardi e la finestra spalancata, un'afa spessa stagnava ancora nella cucina, e il piccolo ventilatore che ronzava da un capo della stanza non riusciva a dare sollievo ai nostri corpi. Decidemmo pertanto di prendere le sedie e trasferirci in terrazza. La notte era tiepida e sgombra di nubi; le stelle, imperturbabili e ghiacce, prigioniere della sfera del cielo la seguivano nel suo corso incomprensibile.