Continua

   Continuarono a pedalare salendo impercettibilmente per la strada tortuosa e stretta che costeggiava il ruscello, chiusa alla loro sinistra dall'alta parete di roccia, aperta a destra sui colli incolti e silenziosi dove saliva il vecchio predicatore a controllare i suoi domini. Il fatto che al di là del fiumiciattolo incombesse la rupe, faceva sì che la strada ne dovesse seguire i meandri e le sinuosità senza poterlo scavalcare con ponti, quasi si trattasse di un confine che una volta superato fosse divenuto invalicabile in senso contrario. D'altra parte la parete che li sovrastava, impedendo di vedere cosa vi fosse al di là, acuiva ancora di più la sensazione di trovarsi in una sorta di mondo separato. E questo, se da un lato li eccitava, dall'altro sommuoveva loro nell'animo un pallido timore, un silenzioso e invisibile orrore di quell'ignoto territorio, un terrore sì e no percepito della solitudine e del vuoto.
   A un certo punto la strada si apriva in un lungo rettilineo di due o trecento metri, allargandosi in due comode corsie. E quasi all'inizio di quel tratto un cartello posto sul bordo della carreggiata indicava che l'albergo non era più molto distante.
   "Toh, guarda" fece Lisa "viene qualcuno".
   In fondo al rettilineo comparve una macchina che avanzava lentamente. I ragazzi cominciarono a distinguerne i particolari del muso, a udire il ronzìo delle ruote sull'asfalto, a intravedere delle sagome all'interno. Più si avvicinava più si sentivano come ipnotizzati: le gambe gli si fermarono quasi, divenute inerti, e in preda all'incertezza entrambi rallentarono sensibilmente. Non gli ci volle molto per accorgersi che l'auto era la stessa che poche ore prima aveva indugiato a spiarli, ripartendo poi e lasciandoli interdetti e confusi. Di nuovo sembrava essersi arrestata, come ad attendere che fossero loro a farsi avanti, ma guardando le ruote si poteva percepire un pur lieve movimento, una silenziosa rotazione delle gomme che rivelava la tensione ostile di un predatore. Quando furono a non più di cinquanta metri, Stefano ebbe un moto di ribellione: si piegò sui manubri e cominciò a dare delle vigorose pedalate, seguito da Lisa che gli tenne dietro. La macchina allora emise un grido, graffiò l'asfalto con i pneumatici e gli venne incontro veloce. In un attimo se la videro davanti, ferocemente ottusa e determinata a uccidere con la violenza del meccanismo bruto.