Chissase

   "Chissà se sarà tornato qualcuno, da me?"
   "Perché?"
   Lisa accennò una smorfia di disagio. "Penso proprio di non aver voglia di parlare, stasera".
   "Da me sicuramente non c'è nessuno" disse Stefano come soprappensiero, tanto per dire qualcosa "tornano a ottobre".
   L'amica si volse a guardar fuori, ma appariva inquieta, non sapeva dove mettere le mani. "Ti dispiace se vengo da te per oggi?" disse poi.
   "No, mi fa piacere" Stefano sembrò scuotersi "te l'avrei proposto io se non me lo chiedevi".
   Pian piano attraversarono paesi e piccole città finché non furono accolti dai sobborghi e dalla periferia più estrema. Sotto il sole di settembre, ormai pacifico e come invecchiato dai furori estivi, le sagome regolari dei palazzi tradivano ancor meglio la loro cupa malattia, l'irreparabile esclusione dalle forme eterne e dai rapporti armonici che legano gli elementi in danze cristalline. Disagio e confusione, pertanto, si fecero ancora più profondi man mano che il treno scivolava fra quelle geometrie di cemento. E credo che tale turbamento fosse infine causato dall'amara scoperta di non avere più un luogo dove trovare riparo agli smarrimenti dell'essere. Può apparire stravagante questa mia affermazione, se si pensa a quale fosse l'atteggiamento dei due amici prima del viaggio, e anch'io la credetti inverosimile quando Francesca me la prospettò la prima volta.
   "Ma come" osservai "se n'erano andati per fuggire un mondo che sentivano ostile, per trovare qualche giorno di sollievo in mezzo alla natura, e adesso dici che sarebbero rimasti turbati nel ritrovare lo stesso mondo ostile e malato al ritorno?"