Cheèstoc

   "Che è 'sto casino? Che c'è?"
   Volgendosi Stefano vide che accanto alla donna era comparso un uomo a torso nudo, abbronzato, con un grande cappello di paglia in testa e una roncola in mano.
   "Che c'è? Chi sono quelli lì?" chiese alla donna col solito tono. Evidentemente era il marito.
   "E non li vedi? Sono zingari, ladri!" la donna gesticolava in modo selvaggio e animalesco.
   "Vagabondi di merda!" Il marito lasciò partire uno sputo che andò a stamparsi sull'asfalto, non lontano da Stefano, il quale non seppe più trattenere una reazione.
   "Oh, ladri sarete voi!" disse, ma un groppo alla gola e un forte tremore alle labbra gli impedì di andare oltre. Intanto Lisa gli si era avvicinata, gli aveva preso un braccio e cercava di farlo allontanare da quegli spettri carnali e furiosi. L'uomo ebbe un sorriso di scherno e con una mano accarezzò la lama rugginosa della roncola.
   "Sta' a sentire, mezzo uomo, se non te ne vai subito e alla svelta vengo giù e come è vero che sono io ti sbudello e ti butto ai maiali, e a quella troietta che ti si strofina addosso gli fo uno di quei servizi che neanche a 'sta vacca di mia moglie gli ho mai fatto. Allora?"
   Le gambe divaricate, lo sguardo sprezzante, tenendo la roncola con una mano e facendone saltellare il piatto della lama sull'altra, l'uomo sembrava un osceno tiranno, un grottesco guerriero custode della propria brutale idiozia. Accanto a lui, le mani sui fianchi e un ridere ottuso che le deformava la faccia, sua moglie era l'immagine di una laida Giunone. Stefano e Lisa si abbracciarono, e così allacciati si diressero verso le biciclette. Spostarono sul ciglio della strada, poi dentro il fosso di scolo i miseri resti del riccio, risalirono in sella e si gettarono per la discesa verso il fiume lontano.