Avevatep

   "Avevate paura?" insistette Stefano.
   "Sapevamo tutti e due che era impossibile, o meglio: non dovevamo farlo, non dovevamo legarci qui in questo maledettissimo posto, saremmo stati perduti".
   "In che senso?" Lisa era incuriosita.
   "Nel senso che avrebbero controllato ogni nostra mossa, che avremmo dovuto perpetuare la loro immagine sociale. Solo a pensarci mi vengono i brividi! Pensate: le famiglie che si sentono in diritto di metterci il becco, e poi tutti quanti nelle parole, nei gesti, negli sguardi, che piano piano ti scavano attorno il tuo piccolo spazio vitale, come vogliono loro. In realtà ti scavano la fossa".
   "Ma era una situazione insostenibile" provò Stefano a ragionare. "Non volevate stare insieme, perché sarebbe stata la fine, eppure eravate innamorati... Ma non vi vedevate nemmeno di nascosto?"
   "No, avevamo un progetto".
   Dall'espressione di Claudia a quel punto scivolò via ogni residua tristezza e il viso le si fece tagliente, spigoloso. Spiegò come avrebbero finto la più totale assuefazione a quegli atteggiamenti che odiavano e la più totale indifferenza l'uno per l'altro. Così, apparendo agli occhi di tutti, e delle famiglie in primo luogo, mansueti ed affidabili, avrebbero ottenuto facilmente di potersene andare a proseguire gli studi altrove, lontano, in città.
   "E una volta lì saremmo andati a vivere insieme" concluse con un accenno di sorriso.
   "Adesso sei sola" osservò Lisa.
   "Non cambia niente, la recita continua. Lui è morto e io vivrò la mia vita, avrò altri uomini, anche per lui".
   "E' così terribile la tua famiglia?" domandò ancora Lisa.
   "No, è uguale a tutte le altre. Lavorano otto ore al giorno in una fabbrica e pensano di meritare il paradiso. Mi tengono d'occhio per proteggere la mia integrità e sono contentissimi di me" Claudia ebbe come un guizzo furbesco, poi sembrò voler cambiare discorso. "Se faccio il caffè lo prendete?"