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L'area di Broca

Poesia 21
cinque domande per provare a capire
cos'è, dov'è, dove va la poesia
in questo inizio di XXI secolo?

Roberto R. Corsi: "Ricordando Wilde, ma..."

1. Che funzione ha la poesia? A cosa serve?

Ricordando Wilde, ma anche Nelo Risi, la poesia, come e più dell’arte, è "inutile", marginalizzata: il poeta ha perso ogni carisma e funzione collettiva, ed è giocoforza relegato al dilettantismo (quindi impoverito anche nelle sue potenzialità), visto che di poesia tout court non si campa. È rimasta alla poesia la capacità di essere, per i pochi che la leggono e - soprattutto, forse - per i molti che la scrivono, occasione di accrescimento sapienziale, empatico; esercizio certamente terapeutico; in casi rarissimi, autentico legame interpersonale.

2. Come è cambiata la poesia negli ultimi 50 anni?

Non avendo compiuto un percorso universitario letterario, ho conosciuto molti Autori con ritardo. Sto con chi vede una caratteristica dell’oggi nella rarefazione del numero di «maestri naturali» (cit. G. Panella) vivi e attivi. Forse addirittura in una reductio ad unum: si è osservato (Galaverni su La lettura) come Milo De Angelis abbia «influenzato trent’anni di poesia» e, leggendo molte proposte di esordienti e non, questo influsso è tangibile, talora diventando imitazione. In realtà il panorama “correntizio” della poesia di oggi è ancora caleidoscopico, sia sul piano del dibattito che della espressione, con differenti posizionamenti sui vari gradini della scala che va dall'io poetante all'altro da sé; però molta parte del movimento scorre come fiume carsico, dunque per venirne a conoscenza si richiede una certa infarinatura nella “rabdomanzia mediatica”. Peraltro l'esordiente si forma in primis come lettore, o almeno si spera, e qui vengono le dolenti note: presso il lettore sembra aver fortuna solo una poesia "vivente" anche talentuosa, ma sempre di impianto molto consolatorio; basata su un ubiquo e anestetizzato richiamo alla “Bellezza” e su una spiritualità quasi new age o religiosità spicciola; poesia spesso aforistica, salottiera, precettistica, a volte cabarettistica ma senza il tragico di fondo. Amo dire provocatoriamente che l'idea diffusa di “poesia” va a sovrapporsi pericolosamente con quella di “biscotto della fortuna”. Gli editori, anziché rieducare alla messa in discussione delle certezze individuali che ogni buon libro dovrebbe favorire (cfr. Kafka, Cioran), santificano la finta innocenza del lettore-consumatore in nome delle aspettative di ricavo, in definitiva ammannendo al lettore solo ciò che vuole sentirsi dire. Parallelamente, c'è il sospetto che molte scelte editoriali siano ormai operate sul numero di contatti e like che il poeta ha sui social, più che sulla qualità della proposta. In pratica, su quanto il poeta può vendere. È il mercato, baby: via con altri biscotti della fortuna! Non succede solo in Italia ma anche oltreoceano.

3. Come si identifica oggi il linguaggio della poesia?

Resto massimamente relativista al riguardo, salvo forse sostituire “linguaggio” con innata "musicalità" che, à la Verlaine, credo debba sovraintendere a ogni espressione poetica.

4. Oralità, scrittura, virtualità: come interagiscono i differenti canali nella realizzazione del testo poetico?

Dal punto di vista comunitario, più che integrazione e dialogo, scorgo fazioni inasprite: i propugnatori della poesia orale-performata fronteggiano quelli della poesia lineare-scritta. Mesi fa si è tenuto un convegno sulla poesia che – mi riferiscono – ha avuto il suo culmine emotivo nell'epiteto «filologo del cazzo!» rivolto da poeta performativo a poeta lineare; la parte avversa risponde di solito dando del “rapper” al poeta performativo. Molti performativi sostengono non si dia poesia se questa non è “orabile” od “orata” (con relativo calembour ittico di risposta). Di contro chi vede la poesia anzitutto come scrittura sostiene che, tramite realtà come i poetry slam e le performance in genere, si applaude ormai il poeta - la sua presenza e voce, le doti attoriali e carismatiche - e non si fa quasi più caso al testo. Resterei sul dato empirico per cui, semplicemente, alcune poesie hanno attitudine performativa, altre si valorizzano di più se apprezzate in silenzio. C’è un grande assente nel dibattito: il fruitore di poesia. Che occorrerebbe rendere edotto del panorama e capace di scegliere, secondo la propria inclinazione, la modalità di percezione preferita, anziché tirarlo per la giacchetta dalla propria parte. Personalmente, faccio spesso uso di sottigliezze ortografiche e grammaticali che non potrebbero essere rese se performate (es. canzonare uno scrittore “disinvolto” scrivendo “l’aradio”). In più mi pongo un problema: se performassi io le mie poesie, ne sancirei un’interpretazione cogente, autoritaria, limitativa. Quindi, se proprio debbono essere lette ad alta voce, preferisco che sia diversa dalla mia. Per finire, la “virtualità” intesa come “internet” o “ebook” è tutto: un poeta oggi non può prescindere dal mettersi in rete per raggiungere qualche lettore e magari discuterci (possibilmente senza farsi travolgere dalla brama di consenso). Inoltre sono un sostenitore dell’ebook di poesia: se il suo mercato raggiungesse o superasse quello del libro a stampa si correggerebbero molte storture del nostro acquario. Se per “virtualità” invece si intende “poesia ipertestuale”, è un genere verso cui sono curioso ma che non pratico; in più lo vedo frenato dalla lentissima ricezione di alcuni formati digitali innovativi tra cui EPUB3.

5. Qual è lo status del poeta? Perché oggi uno spacciatore o un pornografo sono più accettati socialmente di un poeta?

Lo status del poeta vivente – tranne mezza dozzina di casi - è di dilettante e/o scansafatiche, per i motivi già esposti. Ciò assume ormai nei media valore assiomatico, aneddotico, quasi scherzoso… Io lo vedo invece come un silenzioso assassinio cui in realtà, se si volesse, si potrebbe porre rimedio, iniziando a rimettere la buona poesia in TV, magari in fasce di ascolto privilegiate (fino agli anni ‘90 qualcosa si faceva). Poche illusioni al riguardo. Quanto al secondo quesito, siamo fitti nella società dei consumi e i mercati di riferimento dei “lavori” citati, oltre a soddisfare bisogni più istintivi o resi primari dalle dipendenze, fatturano, legalmente o meno, decine di zeri in più della poesia. E il denaro, alla lunga, crea accettazione sociale.

[Roberto R. Corsi]